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Le proporzioni della crisi fra Usa e Israele

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Le proporzioni della crisi fra Usa e Israele

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C‘è chi l’ha definita “una crisi di proporzioni storiche”.

È martedì scorso quando Joe Biden, vicepresidente Usa, fa aspettare un’ora e mezza il primo ministro israeliano, Benyamin Netanyahu, che l’aveva invitato a cena. Una calcolata scortesia diplomatica, a esprimere il disappunto per un annuncio fatto da Israele il giorno stesso: il progetto di costruire nuovi alloggi in un insediamento a Gerusalemme est.

Un’indelicatezza nei confronti dell’illustre ospite che gli israeliani cercano di minimizzare, definendola “una sfortunata coincidenza”. Ma invece di calmare Washington, l’incidente mette in luce tutta la sua gravità qualche giorno dopo.

Venerdì, per la precisione, quando il segretario di Stato americano, Hillary Clinton, alza i toni in una dichiarazione insolitamente dura: “È stato un insulto. Ed è stato un insulto non solo nei confronti del vicepresidente, che sicuramente non lo meritava e che si trovava lì con un chiaro messaggio di impegno nel processo di pace e di solidarietà con il popolo israeliano. È stato un insulto nei confronti degli Stati Uniti”.

Clinton chiede allora che il governo israeliano dia una risposta ufficiale alle critiche che Washington muove alla costruzione dei 1.600 nuovi alloggi. Ma la risposta di Netanyahu non è quella desiderata: “Nonostante le differenze di punti di vista in parlamento riguardo la soluzione su uno status permanente e su confini permanenti, c‘è un consenso quasi assoluto che qualunque forma prenda l’accordo di pace definitivo, questi quartieri resteranno parte di Israele”.

Per farla breve, la risposta è picche. Israele continuerà a costruire a Gerusalemme est.
La crisi non dovrebbe però avere conseguenze gravi nelle relazioni bilaterali, secondo l’esperto di politica americana Herman Matthijis: “Naturalmente ci saranno negoziati ai più alti livelli, ad esempio fra il segretario di Stato Hillary Clinton e Netanyahu, su quest’argomento. Ma se il governo statunitense vuole davvero che Israele smetta di costruire nuove colonie, dovrebbe prendere altri provvedimenti, ma penso che non lo faranno”

Le proporzioni della crisi, insomma, sarebbero piuttosto simboliche: i legami fra i due alleati sono troppo solidi, così come i loro interessi strategici. Già in passato però Washington ha fatto pressione su Israele, a volte ottenendo anche dei risultati, come nel 1975 per il ritiro dalla penisola del Sinai.