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Gli insediamenti di Ramat Shlomo continuano ad avvelenare i rapporti con gli Stati Uniti. Non è bastato l’invito alla calma del premier israeliano Beniamin Netanyahu, per ricucire lo strappo e far rientrare quella che in molti già definiscono la più grave crisi con Washington dal suo insediamento nel 2009.

“Quanto è accaduto è un affronto – fa eco il consigliere della Casa Bianca David Axelrod, ai commenti rilasciati negli scorsi giorni da Hillary Clinton -. La cosa più grave è però che ha complicato un processo già molto difficile. Sembra sia stato appositamente studiato per minare il dialogo con i palestinesi”.

Pomo della discordia, la volontà israeliana di costruire 1600 nuovi alloggi a Gerusalemme Est, parte della città a maggioranza araba, annessa nel 1967.

Un annuncio a orologeria, arrivato proprio nel momento in cui il vicepresidente degli Stati Uniti Joe Biden era in visita da Netanyahu.

Il premier israeliano ha provato a gettare acqua sul fuoco, parlando di “incidente increscioso ma non intenzionale”. Scuse che non sono però state accompagnate da un dietrofront sugli insediamenti.

A Tel Aviv molti analisti parlano di “momento della verità”. Basta con gli equilibrismi, il loro appello a Netanyahu: impossibile continuare a compiacere l’estrema destra e proseguire nel dialogo con gli Stati Uniti.

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