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Donne e voto in Iraq. Emancipazione o vetrina?

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Donne e voto in Iraq. Emancipazione o vetrina?

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Sunnite, sciite, religiose conservatrici o laiche liberali. Comunque vadano a finire, le elezioni di oggi in Iraq hanno già un vincitore: le donne.
Una marea rosa, con o addirittura senza velo, che per la seconda volta dal 2005 va a ingrossare non soltanto le file dell’elettorato attivo, ma anche di quello passivo. Vale a dire: una concorrenza allo strapotere maschile nella società irachena dagli stessi banchi del parlamento. All’origine una legge fortemente voluta dagli Stati Uniti, che riserva alle donne un quarto dei posti in ciascuna coalizione e di conseguenza anche dei 325 seggi a disposizione.

Cifre che sulla carta proiettano l’Iraq all’avanguardia fra i paesi arabi, con una rappresentanza femminile seconda soltanto a quella della Tunisia. In molte puntano però il dito, parlando di traguardo formale. Salama al-Khafaji, candidata dell’Alleanza nazionale irachena, denuncia una visione dominante ancora profondamente maschilista. “I partiti – dice – continuano a riservare le posizioni chiave agli uomini, con il risultato che sono poi sempre loro a gestire davvero il potere”.

Sempre più, intanto, le candidate che si presentano senza velo. Non soltanto un messaggio politico, ma il segno che qualcosa sta davvero cambiando.
“I politici che si battevano contro i diritti delle donne – dice Maysoun al-Damlouji, attivista ed ex vice ministro liberale della cultura – ne stanno ora comprendendo l’importanza. Non solo nella politica, ma in tutti gli ambiti in cui l’Iraq ha bisogno di crescere”.

C‘è però chi già guarda ancora più avanti: la vera emancipazione, dicono in molte, arriverà con l’abolizione della “quota rosa”. Soltanto quando non ce ne sarà più bisogno, le donne avranno davvero un futuro nella nostra politica.