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L'esercito turco, tutore della repubblica laica

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L'esercito turco, tutore della repubblica laica

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Nella Nato è secondo per grandezza solo alle forze americane. L’esercito in Turchia è l’istituzione più popolare del paese. È considerato il tutore della repubblica laica fondata da Atatürk.

È così che quando, nel 2007, Abdullah Gül viene eletto capo di stato, il generale Yasar Büyükanit, boicotta la cerimonia del giuramento.

Perché i militari turchi sono sempre stati ben presenti e vigili nella vita politica del loro paese. E quando non va come piace a loro, sanno come intervenire.

La Turchia ha conosciuto tre colpi di Stato dal 1960. È stato dopo l’ultimo golpe, nel 1980, che i militari hanno redatto la costituzione tutt’ora in vigore.

“Siamo intervenuti per ricostruire e migliorare una democrazia che non funziona più”, aveva tuonato allora il capo di Stato maggiore dell’epoca.

Altro secolo, altro braccio di ferro. La tensione fra governo e militari cresce con l’arrivo al potere degli islamici moderati dell’Akp, prima nel 2002, poi, con una valanga di voti, nel 2007.
Non basta che si richiamino esplicitamente all’Islam, le mogli del premier Erdogan e dell’allora ministro degli esteri Gül portano il velo, vietato nei luoghi istituzionali.

I militari allora provano a fermare l’elezione di Gül alla presidenza del paese, ma falliscono.

Nel 2008, appoggiano il tentativo del procuratore generale Abdurrahman Yalcinkaya di chiudere l’Akp. Ma la Corte costituzionale decide altrimenti, con un solo voto di scarto: erano necessari sette favorevoli su undici, dicono sì allo scioglimento del partito in sei.

Nel frattempo, il governo non sta a guardare. Nel 2004 riforma il Consiglio di Sicurezza, un organo composto da civili e militari, ridimensionando il ruolo di questi ultimi nella vita politica turca.

Ma il colpo più duro al prestigio dell’esercito arriva con la scoperta di Ergenekon, la Gladio turca. Vengono arrestate con l’accusa di appartenere alla rete che avrebbe cercato di rovesciare il governo centinaia di persone, militari ma anche universitari o giornalisti. Un procedimento giudiziario controverso che non ha ancora visto la pronuncia di una condanna.

Una campagna denigratoria. Ne è convinto, e l’ha denunciato lo scorso gennaio, il capo di Stato maggiore Ilker Basbug, affermando che l’epoca dei golpe è ormai solo un lontano ricordo: “Vi chiedo come sia possibile che un esercito che manda i suoi soldati in guerra gridando ‘Allah, Allah’, possa mettere bombe nelle moschee, come è stato detto. È davvero ingiusto, vi maledico per questo”.