ULTIM'ORA

ULTIM'ORA

Papandreou: "La Grecia deve diventare credibile"

Lettura in corso:

Papandreou: "La Grecia deve diventare credibile"

Dimensioni di testo Aa Aa

La Grecia sarà all’origine della prima grande crisi nell’Eurozona? Secondo George Papandreou no: in due anni il primo ministro socialista conta di far rientrare il deficit nazionale sotto il 3%. Andato al potere lo scorso ottobre, ha dovuto arrendersi all’evidenza: le cifre ufficiali lasciate dai suoi predecessori conservatori erano nettamente al di sotto della realtà.

Christophe Midol-Monnet, Euronews:
Un inaspettato elevato disavanzo del bilancio al 12,7% del PIL, mette in pericolo la credibilità finanziaria del suo paese.
Che cosa è pronto a fare per evitare in futuro una cattiva gestione del sistema statistico nazionale?

George Papandreou, Primo Ministro greco:
“Ha ragione. Abbiamo un gap in termini di credibilità. E vogliamo essere sicuri che la Grecia sia credibile. Si tratta, penso, in questo momento del nostro maggiore problema. La prima cosa che ci apprestiamo a fare nei prossimi giorni sarà votare in Parlamento per un’agenzia indipendente di statistica nazionale. Attualmente, non esiste una sola agenzia indipendente. Ci sarà solo quando Eurostat avrà voce in capitolo.
E secondariamente, avremo una commissione speciale in Parlamento che potrà svolgere un’azione di controllo su conti e bilanci, per cercare recuperare il disavanzo in maniera corretta producendo statistiche nazionali trasparenti.
Siamo finiti in un sistema malgestito: il clientelismo, la corruzione sono stati sfortunatamente fra le cause per cui abbiamo perso e sperperato risorse. Perciò questo intervento ora è assolutamente necessario per il popolo greco”.

- Con una tale crisi, perché insiste così tanto a rifiutare un aiuto dall’estero, dall’Unione Europea o dal Fondo Monetario Internazionale? Non dovrebbe esserci per esempio un prestito solidale all’interno dell’Eurozona?

George Papandreou: “Prima di tutto non abbiamo chiesto alcun finaziamento extra dall’unione Europea perché riteniamo di non averne bisogno. Quello che dobbiamo fare è mettere ordine in casa nostra. Credo che i mercati internazionali ci daranno nuovamente fiducia nel momento in cui non avremo bisogno di prestiti, e potremo reperire i fondi necessari. Certamente, i costi della crisi sono ancora alti e dobbiamo tagliarli. Ci pemetterà di farlo l’apparire credibili, tagliando il nostro deficit. Noi abbiamo certamente bisogno di assistenza dall’Unione Europea, attraverso i fondi strutturali che riceveremo nei prossimi anni, circa 16 miliardi di euro che sono stati attribuiti alla Grecia. Saranno importanti, se vuole, per controbilanciare i tagli necessari che dovremo fare, e per potenziare l’occupazione, le infrastrutture e le energie alternative: penso che la nostra aerea sia in grado di eccellere in questo, creando nuove dinamiche economiche”.

– Ma è ancora dell’idea di tassare i ricchi per dare ai poveri? O intende ridurre il deficit diminuendo salari e pensioni, alla maniera irlandese?

George Papandreou: “Bene, direi che abbiamo una serie di misure. Una è certamente quella di creare un sistema erariale più equo: il che significa aumentare le tasse ai più abbienti. Ciò garantirebbe una più equa distribuzione della ricchezza. E penso sia veramente importante creare una coscienza civile in materia di tasse, perché uno dei problemi in Grecia è l’estesa evasione fiscale. Senza di essa non avremmo avuto questo problema di deficit ora. Dunque ecco una delle aree di intervento. Ma al tempo stesso, stiamo facendo grossi tagli al budget nel settore pubblico, ai bonus e ai salari perpecipiti dai dirigenti. E poi, certamente, stiamo prendendo contemporaneamente altre misure. Vorrei aggiungere che stiamo riorganizzando il nostro sistema di previdenza sociale. Stiamo dialogando con le parti sociali e in aprile dovremmo trarre le conclusioni.

– Ma gli operai delle fabbriche sono di nuovo in sciopero, e altri settori lo saranno a febbraio. Come pensa di ottenere un largo sostegno dell’opinione pubblica greca al suo piano di riforma?

George Papandreou: “Credo che avrò il sostegno dell’opinione pubblica perché la gente sa che vogliamo il cambiamento. Questo è stato il nostro motto, il nostro successo, il motivo per cui siamo stati eletti. Mi sono appellato agli operai perché capiscano. Siamo all’inizio del nostro governo. Siamo stati eletti solo pochi mesi fa, poco più di cento giorni fa. E i problemi di cui parlano pretendo soluzioni di anni e non possono essere risolti da un giorno all’altro. Spero che il dialogo che stiamo portando avanti con loro ci pemetta di ottenerne il sostegno e che sia anche questo un fattore di svolta, per cambiare anche la nostra agricoltura.

- Ultima domanda, riguardo all’allargamento dell’Unione Europea. Qual è la sua posizione su quello che sarà il suo futuro, riguardo alla Turchia e ai Balcani? E quali scadenze vede?

George Papandreou: “Sono sempre stato favorevole alla prospettiva che la Turchia diventi membro di diritto. E la Grecia fu funzionale a questa decisione dell’Unione Europea nel 1999, dieci anni fa. Allora ero ministro degli Esteri. Ancora non ci credo. Ma ciò significa che anche la Turchia deve affrontare le sue reponsabilità. E certamente abbiamo problemi che non sono stati risolti, molti nel nostro territorio – Cipro, le relazioni tra i nostri stati, le questioni religiose e dei diritti umani. E voglio un meeting con il primo ministro Erdogan. L’ho invitato ufficialmente in Grecia per discutere i nostri rapporti e, naturalmente, le prospettive della Turchia con l’Unione Europea.
Per quanto riguarda il resto dei Balcani, il sud-est Europa, penso sia assolutamente necessario aavanzare dandoci una scadenza che muova le istituzioni dell’Unione Europea ma anche i paesi dei Balcani occidentali, perché facciano le loro riforme. La data che ho suggerito, e penso che esista un diffuso sostegnoo nella nostra regione, è il 2014. Il 2014 è simbolico, cent’anni dopo la Prima Guerra Mondiale, che ha avuto inizio nei Balcani. In questo modo possiamo concludere un ciclo di instabilità, tensioni, persino violenze, incorporando questi paesi nell’Unione Europea”.