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L'impegno di "Architectes de l'Urgence" ad Haiti

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L'impegno di "Architectes de l'Urgence" ad Haiti

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Per ricostruire Haiti ci vorranno anni. La sfida più urgente, ora, è quella di rendere disponibile il maggior numero di case possibile, prima della stagione delle piogge, che inizia a maggio. Le persone rimaste senza un tetto a causa del terremoto si contano tra 800.000 e 1 milione. A Port-au-Prince, in tanti si sono accampati nelle strade e nei parchi. “Architectes de l’urgence” è un’associazione fondata nel 2001 a Parigi. Tra gli obiettivi, quello di prestare assistenza alle popolazioni vittime delle catastrofi naturali. Euronews ha parlato con il presidente Patrick Coulombel:

euronews: Signor Coloumbel, buongiorno, Lei è Presidente di “Architectes de l’Urgence”, una fondazione che dal 2001 si è recata in 21 Paesi. Siete appena rientrati da Haiti, ci può spiegare in alcune parole qual è la vostra missione sul posto?

Patrick Coulombel: In caso di emergenza si lavora sulla messa in sicurezza degli edifici. L’idea è quella di fare rientrare le persone negli edifici al più presto possibile, o eventualmente procedere all’evacuazione quando le strutture sono considerate pericolose.

euronews: Crede che gli edifici che sono ancora in piedi ad Haiti reggeranno? Crede che prima o poi occorrerà demolire tutto e ricostruire su basi più solide?

P.C.: Credo che occorra essere più ottimisti. Ci sono parecchie tecniche che si possono utilizzare, ci sono edifici che sono crollati e quindi dovranno essere ricostruiti, ci sono edifici danneggiati che si possono riparare. Per metterli in sicurezza ci sono misure da adottare, ma occorre anche procedere con lavori che noi chiamaiamo di rinforzo. Occorre competenza, ma si può fare.

euronews: C‘è la possibilità di ricostruire a costi abbordabili in un modo che non sia pericoloso?

P.C.: Occorre dire che la cosa interessante ad Haiti e in particolare a Port-au-Prince è che ci sono case piuttosto vecchie: case in legno, quelle che chiamiamo le case di marzapane, che hanno resistito al sisma, mentre proprio al loro fianco le case in cemento si sono sbriciolate. Non è che tutte le case in cemento siano costruite male. Il problema con le costruzioni in cemento è quando non si rispettano le norme di base, specifiche tecniche nei materiali utilizzati, a volte anche nella costruzione, anche il concetto di edificio: se non si rispettano tutte queste modalità nascono problemi.

euronews: Secondo Lei quanto tempo ci vorrà affinché tutti i terremotati – si parla di un milione – possano riavere un tetto sotto il quale dormire?

P.C.: L’alloggio è essenziale e ci sono persone che vivono in condizioni precarie da parecchio tempo, non hanno accesso ad acqua o elettricità e vivono su terreni che non appartengono loro. È su tutte queste costruzioni non a norma che abbiamo davvero bisogno di lavorare e queste operazioni si inseriscono nel lungo periodo e questo lungo periodo può durare anni. Se si è pragmatici e si fa un rapporto con quanto avvenuto per lo Tsunami – anche se è assai diversa come tipo di catastrofe – si vede che in cinque anni si è riusciti a sistemare parecchie cose in una città come Banda Aceh, per esempio. Possiamo immaginare che se ci sono davvero i mezzi in cinque anni si potrebbero fare parecchie cose, ma è una questione di mezzi. Occore sapere che molti haitiani sono partiti, almeno quanti avevano i mezzi. Sono partiti da Haiti perché era troppo difficile viverci e se vogliamo che ritornino, se vogliamo che gli haitiani non lascino il Paese, occorre davvero aiutarli.