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Abdoulaye Wade: "Gli haitiani tornino in Africa"


intervista

Abdoulaye Wade: "Gli haitiani tornino in Africa"

A Copenaghen il presidente del Senegal, Abdoulaye Wade, ha criticato i paesi sviluppati per non aver mantenuto le promesse. L’Africa vorrebbe prendere in mano il proprio destino. Oggi il continente nero tende la mano agli africani della diaspora, in primoluogo agli haitiani colpiti dal terremoto.
È questo che ha proposto il presidente del Senegal all’indomani del sisma che ha distrutto l’isola caraibica.
Una terra per gli haitiani perché possano ritornare in Africa. Terra a sua volta di miseria e instabilità politica.
Una grande contraddizione di cui Abdoulaye Wade ha parlato a Dakar con euronews.

François Chignac, euronews: Signor presidente grazie di aver accettato di rispondere alle nostre domande.

Abdoulaye Wade: Non c‘è di che.

F. Chignac, euronews: Circa un mese fa lei era al summit di Copenaghen e ha criticato duramente le potenze occidentali, dicendo che non mantenevano le promesse. Per molti Copenaghen è stato un fallimento. A un mese dal summit si sente ancora in collera?

Abdoulaye Wade: Quando a Copenaghen, ho sentito parlare ancora di promesse di denaro, mi sono detto: continuiamo a perdere ancora tempo. È in questa occasione che mi sono detto: le grandi potenze utilizzano quella che potremo battezzare strategia delle promesse.
Si fanno delle promesse, nuove promesse perché si dimentichino le vecchie. Bisogna cambiare metodo, orientamento, linguaggio.

F.Chignac, euronews: Che cosa intende per per cambiare orientamento e linguaggio?

Abdoulaye Wade: Bisogna che la smettiamo di chiedere denaro in questo modo, prima di tutto perché nessuno ce lo darà.
I quattrini destinati agli aiuti passano attraverso dei progetti. Quando dico che in Africa dobbiamo cambiare metodo, intendo dire che bisogna parlare concretamente.
Per esempio, nessuno ha fatto mai niente per il muro dell’Atlantico, contro l’erosione della costa che minaccia l’Africa da Casablanca al Golfo di Guinea,
Abbiamo piantato delle palme e quando le maree arrivano, portano via tutto.
In Senegal, lungo due chilometri abbiamo costruito un muro largo 40 centimetri così da bloccare l’acqua.
Io sono il coordinatore ambientale del Nepad (Nuovo partenariato per lo sviluppo dell’Africa). Per questo motivo ho dato il via alla costruzione della grande muraglia verde, un muro di 7000 chilometri, da Dakar a Gibuti, largo 15 chilometri.

Non è una muraglia per il Senegal, non è per il Mali, ma è per l’umanità perché il deserto avanza. Abbiamo ricevuto il contributo di molti ricercatori che vengono da lontano: Australia, Svezia, Stati Uniti. Bisogna che noi africani iniziamo, con i nostri mezzi, anche se minimi. Il Senagal ha iniziato la costruzione, ma non possiamo costruire 7000 chilometri. Anche il Mali ha iniziato, così come il Ciad.

Sicuramente gli occidentali arriveranno, ma come diciamo, rischiano di arrivare come il medico dopo la morte. Si procede troppo lentamente. Non discutiamo sulla buona volontà: voglio dire l’intervento dell’Unione europea, per esempio, risulta complicato dal punto di vista burocratico.
Sembra che le cose si siano un può semplificate, nonostante tutto non è facile.
Mi felicito comunque dell’intervento rapido per Haiti.

F.Chignac, euronews: Il Continente africano dovrebbe intervenire?

Abdoulaye Wade: Assolutamente, sì. Fa male vedere la diaspora africana periodicamente vittima di calamità naturali.
Dobbiamo trovare una soluzione definitiva. E mi spingo fino a dire che, con l’accordo della popolazione haitiana – il presidente Preval è un amico e sa che dico questo per generosità – si può pensare al trasferimento di questo popolo in Africa. Non è la prima volta che capita.

In Liberia, abbiamo trasferito africani d’America e oggi questa parte della popolazione è bien integrata. Si tratta di popolazioni che hanno origini africane, inviate contro la propria volontà in America. Per cui il loro trasferimento in Africa non è qualcosa di straordinario per chi lo accetta.

Si può trovare un territorio, la comunità internazionale può creare una città o un paese che può integrarsi con il resto del Continente.

Israele era deserto, la Palestina era deserto. Abbiamo trasferito persone che oggi stanno costruendo il proprio Paese.

F.Chignac, euronews: Lei pensa che il continente Africano sia in grado di integrare queste persone dal punto di vista economico? Ci sono persone che stanno cercando di fuggire dall’Africa.
L’Africa, i Paesi africani sono in grado di accogliere queste persone?

Abdoulaye Wade: Bisogna capire le origini dell’Africa. L’Africa viene da molto lontano. Cinque secoli di schiavitù, due di colonizzazione, di spersonalizzazione e usurpazione del potere. Lei parla di miseria in Africa, ma deve sapere che quando si passa la propria vita a cercare il potere non si ha il tempo di occuparsi di poveri e miserabili. L’Africa è in continua ricerca di potere.

F.Chignac, euronews: Per quanto riguarda questo problema, vorrei chiederle cosa ne pensa della crisi in Guinea .
Un rapporto dell’Onu parla di crimini l’umanità commessi in settembre, nello stadio di Conakry. Lei se n‘è molto occupato, che cosa si aspetta per il futuro, è ottimista?

Abdoulaye Wade: Devo confessare che l’anno scorso, quando Daddis Camara mi chiamava tutti i giorni, l’ho spinto a accettare di partire, avevamo già indetto le elezioni per il 27 novembre, lui doveva partire prima, sentivo il pericolo arrivare.

F.Chignac, euronews: Pensa che si sia vicini a una guerra civile?

Abdoulaye Wade: Assolutamente, purtroppo in Guinea gli scontri sono sempre molto violenti.

F.Chignac, euronews: Che cosa pensa del rapporto del’Onu che ha chiesto che il capitano Camara sia portato di fronte alla corte penale internazionale?

Abdoulaye Wade: Sono un avvocato, rispetto la presunzione d’innocenza. Bisogna comunque condurre le inchieste e punire i colpevoli. .. Oltre 180 persone uccise, un centinaio di donne violentate, non possiamo non reagire.

F.Chignac, euronews: Grazie, signor presidente, per la sua disponibilità.

Abdoulaye Wade: Di niente.

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