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Abdoulmutallab, un puzzle mai completato

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Abdoulmutallab, un puzzle mai completato

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Il 25 dicembre scorso sul volo Delta Northwest da Amsterdam a Detroit il kamikaze è salito come fosse un passeggero comune. Eppure quello di Umar Farouk Abdulmoutallab era un nome conosciuto all’intelligence.

Le generalità del ventitreenne nigeriano comparivano da due anni nella lista dei sospetti terroristi. Per lo stesso motivo Abdoulmutallab era stato segnalato all’ambasciata dal padre. Ma non è bastato per inserirlo nella lista di “non volo”
che le autorità Usa forniscono alle compagnie aeree.

L’aggravante è che quattro mesi prima del fallito attentato in una conversazione telefonica intercettata dall’ Agenzia per la Sicurezza Nazionale i leader di Al Qaida parlano di un nigeriano pronto a colpire. L’informazione passa al Centro Nazionale Antiterrorismo.

L’ Nctc raccoglie un mese prima dell’attentato anche la segnalazione della Cia sulla denuncia fatta in Nigeria dal padre del terrorista, preoccupato per le sorti del figlio.

Le generalità di Abdoulmutallab vengono girate al Centro Antiterrorismo anche dal Dipartimento di Stato che è al corrente della denuncia all’ ambasciata ma non la reputa una ragione sufficente a ritirare al nigeriano il visto per gli Stati Uniti.

Avrebbe dovuto comporre tutto questo puzzle di informazioni la Direzione Generale dell’ intelligence presieduta da Dennis Blair, tacciato da alcuni osservatori di scarsa autorità nel gestire i rapporti tra le agenzie.

A completare il quadro le informazioni sull’esplosivo. Era il potentissimo tetranitrato di pentaetrite sostanza inodore sensibilissima agli urti già utilizzata nel tentato omicidio del capo dei servizi antiterrorismo sauditi. Che Al Qaida ne facesse uso non è una novità per la Casa Bianca. A rappresentare una sorpresa la tecnica d’utilizzo del nigeriano: dentro un profilattico l’esplosivo diventa praticamente invisibile ai controlli.