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Timisoara, "prima città libera di Romania"

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Timisoara, "prima città libera di Romania"

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Una folla immensa, ogni giorno nella seconda metà del dicembre di 20 anni fa, riempiva la piazza dell’Opera, a Timisoara, con un grido: “libertà”.
Niente ormai poteva fermare la sommossa contro il regime comunista di Nicolae Ceausescu. La folla ne chiedeva le dimissioni, e voleva un voto libero e democratico. Alcuni militari si unirono ai rivoltosi, e si giunse a costituire un fronte democratico che proclamò Timisoara prima città libera di Romania.

20 anni dopo, la memoria di questi eventi storici è conservata nel Museo della Rivoluzione. Il direttore, Traian Orban, ricorda bene quei giorni.

“Era straordinario per noi poterci riunire e gridare ‘libertà’. Insieme, ci sentivamo protetti e ci incoraggiavamo l’un l’altro. Ma c’era anche l’esercito…”

Orban porta su di sé un ricordo di quei giorni. La sua gamba soffre ancora per la ferita che riportò su questa stessa piazza, il 17 dicembre, quando l’esercito e la securitate spararono sulla folla.

Quello fu uno degli ultimi ordini impartiti da Nicolae Ceausescu e sua moglie Elena, che da quasi 25 anni governavano il Paese con il pugno di ferro.

A Timisoara, questo monumento rende omaggio ai morti del 17 dicembre, e tra questi c‘è Maria Andrei, uccisa da una pallottola qui, sul ponte Decebal. Il suo corpo, come altri 43, fu incenerito, per rendere impossibile l’identificazione. Abbiamo incontrato sua sorella:

“Il 5 gennaio – racconta – i miei genitori, che all’epoca non vivevano a Timisoara, vennero in città, perché fu loro detto di ritirare il certificato di morte di mia sorella. Andarono a ritirarlo il 6, e quello stesso giorno io misi al mondo un figlio. È l’ironia della sorte”

Geanina Juganuru aveva 10 anni, quando vide riportare a casa il corpo senza vita di suo padre. Ultimamente, si è di nuovo trovata di fronte l’ex generale che fu accusato dell’uccisione, e poi assolto.

“C’era il rischio che diventasse uno dei miei professori, che insegnasse nei corsi che seguivo all’Università. Per me è stato uno shock. Ovviamente ho rifiutato di seguire i suoi corsi, e i miei compagni, per solidarietà con me, lo hanno tutti respinto”

Vent’anni dopo la rivoluzione, anche l’uccisione del padre di Geanina non h un colpevole riconosciuto. Non è stata ancora resa giustizia alle vittime.