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Il summit del caos

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Il summit del caos

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Quando perfino un premio Nobel per la pace come Rajendra Pachauri non riesce a entrare nella sede della conferenza, vuol dire che c‘è qualcosa che proprio non va.
“Caos” e “disastro” sono i termini che ricorrono di piu’ tra i partecipanti che giudicano il funzionamento del summit di Copenhagen.
Il ministro Connie Hedegaard, responsabile per l’organizzazione, commenta così.
“E’ un po’ caotico, comunque non credo che sia più caotico all’interno come avviene di solito verso la fine di negoziati del genere. Non dobbiamo dimenticare pero’ che dietro quello che vedete c‘è tanta gente che sta lavorando duramente”.
E’ vero che l’evento è planetario, con delegazioni di 193 Paesi presenti. E’ vero che i problemi del clima interessano tutti e surriscaldano gli animi. Ma è anche vero che altri appuntamenti internazionali organizzati in meno tempo e in regioni che passano per essere meno efficienti hanno funzionato decisamente meglio.
In tanti non sono nemmeno potuti entrare.
“Ieri ho saputo di un giornalista che ha dovuto attendere nove ore per ritirare il suo accredito” dice un partecipante.
“E’ una follia che molte Ong siano rimaste escluse – dice un altro -. Molte di loro lavorano con l’Onu in strutture che si occupano di cambiamenti climatici. Per loro è una vera disgrazia”.
E’ anche il summit della repressione delle manifestazioni più accese. Circa duemila i fermati, la stragrande maggioranza dei quali sono stati rilasciati senza richiesta di rinvio a giudizio.