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Javier Solana Alto rappresentante uscente della politica estera dell'Unione Europea

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Javier Solana Alto rappresentante uscente della politica estera dell'Unione Europea

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Per più di dieci anni Javier Solana è stato il “Mr. diplomazia” dell’Unione europea. Ora sta per lasciare il suo incarico e il suo ruolo sarà affidato alla britannica Catherine Ashton, appena nominata Alto rappresentante per la politica estera e la sicurezza. Solana iniziò la sua missione nel giugno del 1999, pochi giorni dopo la fine della guerra in Kosovo, che aveva gestito come Segretario generale della NATO. Dare all’Unione Europea più voce in capitolo nella soluzione del conflitto in Medioriente (da Gaza alla Cisgiordania fino all’Iran) è sempre stata una priorità della sua politica.

Sergio Cantone. euronews: Javier Solana, Alto rappresentante uscente per la politica estera e la sicurezza, benvenuto su Euronews. Qual è la sua opinione sulle recenti nomine alle cariche più importanti dell’Unione Europea? Pensa che rafforzeranno il ruolo dell’Europa sulla mondiale? Javier Solana, Alto rappresentante uscente per la politica estera dell’UE: “Conosco bene sia il presidente che l’Alto rappresentante. Lei sta parlando dell’Alto rappresentante Catherine Ashton: la conosco da alcuni anni e l’ho seguita nel suo ultimo periodo qui a Bruxelles, dove aveva un portafoglio molto importante nella Commissione, quello al commercio. Non c‘è dubbio che oggi la componente economica della politica estera, il commercio, sia molto importante. E’ vero anche che le altre parti della politica estera, come la gestione della crisi, saranno il cuore del lavoro, ma sono cose che si imparano, come si dovranno imparare anche altre cose”. euronews: Una delle sfide più importanti per l’Unione Europea è il Medioriente, dove la situazione è ancora molto difficile. Javier Solana: “Non abbiamo ottenuto successi, anche in questo periodo in cui le cose sembravano pronte a muoversi, perché, per esempio, il governo israeliano non ha fermato gli insediamenti e questo ha creato una dinamica controproducente…” euronews: Quindi secondo Lei tocca a Israele fare il primo passo? Javier Solana: “La scorsa notte stavo leggendo parte della registrazione di una conversazione del presidente Bill Clinton in cui analizza gli accordi di Camp David e c‘è una frase che ho sottolineato: ‘il più forte è colui che deve fare il passo più difficile’. Perché Israele è più forte, perché ha già uno Stato. Gli altri sono più deboli e non sono un Paese”. euronews: E quale passo dovrebbe fare Israele? Javier Solana: “Penso che il passo che avrebbe dovuto compiere, e che ancora mi auguro che venga fatto, sia quello di creare le condizioni per costruire la fiducia, attraverso il blocco della costruzione degli insediamenti”. euronews: Pensa che il governo di Netanyahu ne sarà capace? Javier Solana: “Non ho perso la fiducia che possa accadere. Ora dobbiamo essere molto tenaci, molto ostinati e, allo stesso tempo, dobbiamo aiutare i nostri amici palestinesi perché abbiano, e ciò è molto importante, un governo in carica. E a questo proposito Fayad, il primo ministro dell’Autorità nazionale palestinese, sta facendo un ottimo lavoro”. euronews: Lei ha avuto un ruolo molto importante come mediatore, come negoziatore sulla questione del nucleare iraniano. Cosa pensa che accadrà? Javier Solana: “Dobbiamo insistere per avere garanzie obiettive che il programma nucleare iraniano è pacifico. E’ fondamentale. Sarebbe un dramma l’ipotesi di un aumento dei rischi, di un aumento della proliferazione in quella regione”. euronews: Ma Lei pensa che gli iraniani avranno la buona volontà di fermare la loro corsa al nucleare? Perché il problema è la volontà e se loro non vogliono …e i messaggi che stanno mandando non sono… Javier Solana: “Dobbiamo davvero recuperare il senso di fiducia. Questo spiega la posizione del presidente Obama, di ciò che ha scritto…la dichiarazione che ha fatto per il Nuovo Anno iraniano è stata molto importante. Penso che il fatto che gli Stati Uniti abbiano partecipato totalmente a questi negoziati con me sia importante e adesso dobbiamo stare a vedere”. euronews: Ma la risposta iraniana a quest’apertura dell’amministrazione Obama è stata una radicalizzazione delle proprie posizioni… Javier Solana: “Il livello di sfiducia è ancora molto profondo; la politica estera si basa sulla fiducia e la fiducia non si costruisce in poche ore, ma con molti sforzi e tanta tenacia”. euronews: Potrebbe definere Yasser Arafat in poche parole? Javier Solana: “Con Yasser Arafat ho avuto una relazione molto profonda. Penso avesse fiducia in me…e penso che se ha fatto delle buone cose…io abbia qualcosa a che fare con questo. Gli parlavo regolarmente, e lo andavo a trovare regolarmente anche quando era agli arresti alla Muqtada”. euronews: Ariel Sharon? Javier Solana: “Con Ariel Sharon, all’inizio, ho avuto pessime relazioni e ancora una volta era una questione di sfiducia. Non aveva sfiducia in me, pensava che in quanto europeo non potessi essere amico d’Israele, ma poi ha cambiato opinione. Ricordo l’ultima volta che lo vidi, prima dell’emorragia cerebrale. Conversammo a lungo e a suo modo si scusò per l’errore che fece nel non avere avuto, fin dall’inizio, fiducia in me”. euronews: Paragonando l’esperienza di Catherine Ashton alla Sua quando Lei iniziò questo lavoro, ci sono molte differenze, non pensa? Javier Solana: “Beh, forse esperienze diverse ma questo non significa che la capacità di fare un lavoro sia legata soltanto alle esperienze passate”. euronews: Hamid Karzai e la situazione in Afghanistan Javier Solana: “Ho visto i suoi cambiamenti da quando è stato eletto. Mi ha rattristato vedere che non è stato capace di rompere completamente con la corruzione che esisteva nel governo e con alcuni signori della guerra della storia tragica dell’Afghanistan”. euronews: Pensa che quella afghana sia una guerra che valga la pena di essere combattuta da parte dei Paesi europei o no? Javier Solana: “Penso di sì, in questo momento sì. Penso che dobbiamo essere là, ma dobbiamo vedere quanto realmente la gente e il governo vogliono che restiamo là. E la prova sarà se agiranno in modo collaborativo, davvero collaborativo con noi. Non vogliamo prendere in consegna il Paese, è il loro Paese. Se andranno in una direzione completamente opposta a quella in cui vogliamo andare noi per aiutarli, sarà molto difficile mantenere l’appoggio dell’opinione pubblica nei nostri Paesi, inclusa quella degli Stati Uniti”.