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Usa e Cina: un mostro economico a due teste

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Usa e Cina: un mostro economico a due teste

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Partner e concorrente. Così Barack Obama ha definito la Cina, paese che ha raggiunto quest’anno l’obiettivo di una crescita all’8 per cento, e che nel 2010 potrebbe già diventare la seconda potenza economica mondiale soppiantando il Giappone, e cominciando a minacciare la leadership degli Stati Uniti.

Le due economie sono di fatto interdipendenti. Non c‘è quindi da stupirsi se nelle discussioni temi come come il cambio dello yuan, la valuta cinese, tenuto artificialmente basso da Pechino, diventano centrali, a scapito delle questioni sociali o politiche. Gli scambi commerciali fra i due paesi per il 2008 ammontano a oltre 400 miliardi di dollari. Di questi, però, più di 330 miliardi rappresentano le importazioni cinesi negli Stati Uniti, contro poco più di 70 miliardi di esportazioni americane, con un deficit commerciale per gli Usa di 266 miliardi di dollari. Sidney Rittenberg, il leggendario americano che divenne ministro nel governo cinese ai tempi di Mao, spiega: “La relazione fra i due paesi si basa sul fatto che gli americani comprano prodotti cinesi, la Cina prende i soldi e finanzia il nostro debito nazionale in America. Senza questi finanziamenti, la vita sarebbe molto più difficile nell’economia americana”. La recente stretta protezionistica decisa da Washington per cercare di riequilibrare i rapporti, non rende gli americani meno dipendenti dal paese comunista. I margini di manovra di Obama, nel sollevare problemi come le violazioni dei diritti umani, restano ridotti. Ancora Rittenberg: “Il governo degli Stati Uniti non ignorerà questi punti, continuerà a sollevarli e a fare la sua parte, quando necessario, per fare pressione. Ma non lascerà che interferiscano con le discussioni sulle questioni principali, come la sicurezza, i rapporti economici, e così via.” Ma quando Obama afferma che una Cina forte e prospera è un vantaggio per tutti, non è piaggeria. Le cifre dicono che Pechino contribuisce alla crescita mondiale più degli Stati Uniti, della zona euro o del Giappone. E che senza il boom delle importazioni dalla Cina il commercio internazionale con la crisi avrebbe subito un colpo ben più duro.