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Mitrovica, la musica unisce i figli della guerra

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Mitrovica, la musica unisce i figli della guerra

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Una scuola di rock and roll per i figli della guerra. Siamo a nord del Kosovo, a Mitrovica.

Milos Drazevic, coordinatore scuola: “Questa scuola ricorda la vecchia Mitrovica, città del rock and roll, perchè dal ’99 ogni cosa è andata distrutta. Nell’ambito culturale e per i giovani. L’idea era di avere un’unica scuola per le diverse etnie, ma con i problemi e gli episodi che ci sono stati era impossibile stare in un unico spazio”. Fondata da un’organizzazione non governativa olandese, la scuola ha due sedi: questa è a nord della città, dove risiede una maggioranza di Kosovari serbi, l’altra è a sud, abitata da Kosovari albanesi. Dalla dichiarazione unilaterale di indipendenza del Kosovo, nel 2008, Mitrovica simboleggia più che mai le tensioni tra la minoranza serba e la maggioranza albanese del Kosovo. In queste torri, dette le tre solitarie, vivono le famiglie delle due comunità. Sono state testimoni mute di molti scontri. Gli ultimi sono datati inverno 2008; rientrando dall’università, questo giovane albanese, fu ferito in un parco, con diverse pallottole nella pancia. Qualche giorno dopo, degli estremisti albanesi ferirono un giovane serbo a colpi di pugnale. Ramadan Behrami – abitanta di Mitrovica nord: “Abbiamo paura. Perché quando succede questo genere di cose, qualcuno potrebbe morire, perché non c‘è sicurezza. Non ci protegge nessuno, né la KFOR nè la polizia”. Il vecchio clima di convivenza potrebbe tornare. Ma la politica non permette che accada. La strategia dell’UNMIK e dell’EULEX non lo permettono”. Destinata a sostenere l’affermazione dello stato di diritto, la missione europea di giustizia e di polizia Eulex avviata lo scorso inverno ha fatto fatica ad affermarsi nella parte settentrionale del Kosovo. L’ambasciatore italiano a Pristina è stato nominato facilitatore dell’Unione Europea nella regione, per lo sviluppo dei progetti dell’Unione. Michael Giffoni, ambasciatore italiano a Pristina: “Nel nord l’Unione Europea ha investito molto negli ultimi 10 anni in numerosi programmi di assistenza. Ma la popolazione ha la percezione che siano stati fatti per interessi politici e non per loro”. Nell’insicurezza e nell’apatia, di una città dove la metà della popolazione ha meno di 25 anni, e si contano tassi di discoccupazione record, la famiglia di Ramadane, composta da cinque persone, vive con 200 euro al mese. Sokol Behrami – residente nord Mitrovica “Nella regione di Mitrovica non c‘è lavoro. Non ce ne è più nè per gli albanesi, nè per i serbi, per nessuno! Per tutti è la stessa situazione”. Mitrovica è pervasa da un clima di profonda sfiducia. La dichiarazione unilaterale di indipendenza del Kosovo, che non riconosce i serbi di Mitrivica, a seguito del mancato riconoscimento della Serbia, infiamma gli animi. Adem Mripa è molto conosciuto nel quartiere di Bosnacka Mahala, a nord di Mitrovica, l’unico in cui convivono le due comunità. Questo attivista albanese della coabitazione, è stato più volte attaccato dagli estremisti serbi. Ci tiene a mostrarci la sua nuova casa, ancora in costruzione. Adem Mripa – albanese residente a nord Mitrovica “Senza il lavoro delle istituzioni giudiziarie e il ritorno della popolazione albanese del nord, qui non potrà esserci una vita normale e tranquilla.” Una telefonata della polizia interrompe la nostra conversazione. Alcuni uomini della missione Eulex sono venuti per consegnargli una richiesta: un serbo del Kosovo gli chiede di non sporgere denuncia contro suo figlio, convolto nell’aggressione. Nell’attacco è stata presa di mira la sua vecchia casa, occupata da poco da suo fratello. Più volte i kosovari serbi gli hanno proposto di venderla. “Sono stato il bersaglio di continui attacchi degli estremisti serbi. Hanno cercato di rapinarmi due volte. Ma nonostante queste provocazioni, non ho intenzione di lasciare né la mia casa né il territorio del Kosovo”. Restare o tornare è una questione scottante a nord del Kosovo. Essa fu al centro degli incidenti avvenuti la scorsa primavera in un villaggio misto che si affaccia sulla parte serba di Mitrovica. Contrari alla ricostruzione delle case albanesi distrutte nel ’99, i manifestanti serbi furono fermati dai gas lacrimogeni lanciati dai militari della missione Eulex e dai soldati della Kfor. Il problema non è il ritorno delle famiglie albanesi, insiste il portavoce degli abitanti serbi di Brdjani, ma i diversi pesi usati dalla comunità internatzionale che, a suo avviso, favorirebbe, il ritorno degli albanesi, ma non quello degli sfollati serbi, che vorrebbero ricostruire le proprie case al sud. Minic – serbo residente a Brdjani “Avevamo 250.000 sfollati serbi e, negli ultimi dieci anni, solo un paio di migliaia di persone hanno fatto ritorno. A sud di Mitrovica, abitavano migliaia di serbi, ora di serbi lì non ce ne sono più. Penso sia un atteggiamento razzista da parte della comunità internazionale. Dovrebbero interessarsi al ritorno di quei 250.000 mila serbi e non solo a quello di poche migliaia di albanesi al nord”. E’ stato trovato un compromesso, la ricostruzione è ricominciata sia per i serbi sia per gli albanesi. Nusa abita con la sua famiglia in un centro per sfollati a sud di Mitrovica. Ritorna a con noi a Brdjani per mostrarci la casa della famiglia, incendiata dai miliziani serbi durante i bombardamenti Nato del ’99. Pensa di farla ricostruire presto. Musa Haliti, ex-residente di Brdjani: “Questa è la mia terra. E’ la terra che mio padre mi ha lasciato. Abbiamo vissuto nello stesso posto a lungo. E siamo per la pace. Tutti quelli che non sono felici di questo, possono vendere le proprie case. Possono andare dove vogliono. Ma non ci sono ragioni per vendere le nostre terre”. Molti non hanno più nulla da vendere e poche speranze di tornare. Questa vecchia scuola ospita sfollati e rifugiati serbi del Kosovo e di altri luoghi. Questi due uomini vivevano a sud di Mitrovica prima della guerra. Nonostante numerosi tentativi, attendono da anni di poter fare ritorno nei villaggi di origine. Sopravvivono grazie a piccoli lavori e poche decine di euro al mese di sovvenzioni elargite da Belgrado. Aleska, a sinistra, ha mandato i tre figli in una casa di accoglienza in Serbia, perchè possano avere una vita migliore. Branislav vive solo in questa stanza con la madre sofferente. Branislav Krstic: “Né Belgrado né gli albanesi ci stanno aiutando. Ho vissuto in questi centri per 15 anni, non abbiamo quasi niente, niente, solo quello che potete vedere qui”. Jela ha trovato un lavoro di domestica. Serba della Croazia vive da diciassette anni in centri per rifugiati come questo. Tutta la sua famiglia è stata dispersa. I suoi sforzi per ottenere un alloggio in città sono stati vani. Ha tentato di tornare nel suo villaggio natale in Croazia. E’ stato impossibile. Jela Opacic-Vladetic – rigugitata “Avevo tutti i documenti, il passaporto, la carta di identità dell’ex Yugoslavia, ho detto che ero una cittadina dell’ex Yugoslavia. Ho tutto, ma non riconoscono questi documenti! Che sia in Serbia, in Kosovo, in Croazia, non appartengo a nessuna parte! Vivo nel Kosovo, ma non mi accettano, non appartengo a nessuno”. Ritorno alla scuola di roock, nella parte albanese questa volta, a sud di Mitrovica. I giovani di entrambe le sedi si incontreranno in Macedonia, in occasione del prossimo stage estivo. La musica, dicono, rappresenta per tutti una speranza. Vesa Nisliu, studente della scuola: “Fa dimenticare a me e a tutti noi, i problemi del Kosovo. Abbiamo la possibilità di parlare e chattare con gli altri studenti della parte settentrionale”. Visar Kasa, studente scuola: “I nostri genitori non hanno avuto la possibilità di parlare o di incontrarsi, noi l’abbiamo, è una grande cosa”. Una visione ingenua della storia, che dovrà sostituire quella delle precedenti generazioni.