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Karadzic segue le orme di Milosevic e punta ai rinvii

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Karadzic segue le orme di Milosevic e punta ai rinvii

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Travestito da guru della psicoanalisi, per anni nessuno l’aveva riconosciuto. O comunque nessuno aveva deunciato il fatto che, ricercato dalle autorità di mezza Europa, conducesse una vita da uomo libero. Ancora nel giugno dell’anno scorso Radovan Karadzic partecipava a una festa in Serbia. Era diventato Dragan Dabic, psichiatra che praticava inoltre la medicina alternativa e scriveva su alcune riviste di settore.

Accusato di genocidio e crimini contro l’umanità assieme al generale Ratko Mladic, tuttora ricercato, Karadzci segue una strategia difensiva simile a quella di Slobodan Milosevic: rinviare le udienze, screditare il tribunale. Dopo l’arresto in Serbia, nel luglio del 2008, è subito trasferito nel carcere di Scheveningen, vicino a L’Aja, dove decide di difendersi da solo. In agosto Karadzic rifiuta di dichiararsi colpevole o innocente. Il tribunale, secondo la procedura, lo dichiara dunque non colpevole per poter concludere la fase preliminare. Ora l’accusato è assistito dall’avvocato americano Peter Robinson e punta a fare del suo processo un processo politico. Il fatto di preparare autonomamente la propria difesa, dà a Karadzci il diritto ad una cella dotata di telefono e computer. Rifiutando di presentarsi all’apertura del processo incassa il primo punto e lascia momentaneamente il tribunale in stallo. Ora la sfida per il Tribunale Penale Internazionale è quella di evitare un caso Milosevic-bis. L’ex-Presidente era riuscito a dilatare i tempi del processo. Fin quando la sua morte ha impedito di giungere a un verdetto.