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La comunità internazionale si oppone alla nuova condanna di Aung San Suu Kyi

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La comunità internazionale si oppone alla nuova condanna di Aung San Suu Kyi

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“Liberate Aung San Suu Kyi. Ora”. È il grido che si è levato in tutto il mondo – o quanto meno in tutto l’occidente – alla notizia della nuova condanna della leader dell’opposizione birmana ad altri 18 mesi di arresti domiciliari.

Alle proteste della società civile si sono unite le condanne dei leader mondiali, dal britannico Gordon Brown, al francese Nicolas Sarkozy, all’americano Barack Obama. Dall’Europa e dagli Stati Uniti sono state annunciate nuove sanzioni contro il Myanmar, in aggiunta a quelle già in vigore. Aung San Suu Kyi, 64 anni, ne ha trascorsi 14 agli arresti domiciliari. È stata giudicata colpevole per violato i termini dei precedenti arresti. La ragione: ha ospitato per due giorni John Yettaw, un americano che, non invitato, aveva raggiunto a nuoto la sua casa. Secondo i sostenitori del premio Nobel per la pace, l’obiettivo della sentenza è di impedirle di partecipare alle elezioni in programma per l’anno prossimo, le prime dal 1990. Anche a Yangon decine di persone sono scese in piazza, nonostante i divieti l’imponente schieramento delle forze di sicurezza. Una cinquantina sono state arrestate.