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L'assenza di un approccio comune contro il virus

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L'assenza di un approccio comune contro il virus

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Quattro mesi dopo la comparsa dell’influenza suina le autorità sanitarie mondiali esitano sulle nuove misure da prendere per fermare la propagazione del virus.

Ad aprile il Messico è diventato il primo Paese al mondo a lanciare il livello massimo di allerta epidemica. Per dieci giorni la maggior parte degli edifici e le zone pubbliche sono rimasti chiusi, sono stati distribuiti mascherine protettive e gel disinfettante. Nonostante tutto manca un approccio comune: “Non c‘è un coordinamento sufficiente, ognuno fa il massimo ma alla fine il risultato di questi sforzi è che il coordinamento a livello europeo è insufficiente”, afferma Mark Van Ranst, virologo. “Quanto alle misure veterinarie lì c‘è più coordinamento rispetto alle questioni che riguardano la salute umana”. Con l’inverno nell’emisfero meridionale e il timore di una nuova ondata del virus nei Paesi più colpiti come l’Argentina il governo ha deciso di mettere in prima linea gli ospedali per la diagnosi e la cura della malattia. In Europa Paesi come la Francia hanno deciso di affidare i pazienti ai medici di base. Non è più il pronto soccorso a dover gestirne l’afflusso. Il punto è come evitare il contatto dei malati di influenza suina con gli altri nelle sale di attesa. Come misura di prevenzione ogni medico ha ricevuto un kit di per proteggersi e impedire che si propaghi il contagio. Le maschere sono disponibili solo dietro prescrizione medica e i trattamenti antivirali sono destinati solo ai casi più gravi. Anche se si stanno registrando nuovi casi di influenza i governi vogliono evitare ogni forma di allarmismo. Ma potrebbero essere necessarie misure più radicali come la chiusura di spazi pubblici e limiti agli spostamenti transfrontalieri.