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Al Maliki in cerca di finanziamenti per rimettere in sesto l'Iraq

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Al Maliki in cerca di finanziamenti per rimettere in sesto l'Iraq

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Tre settimane fa, il ritiro dei soldati americani fuori dalle città irachene. Il governo di Baghdad rafforza la propria sovranità sull’insieme del paese, in vista del completo ritiro statunitense entro la fine del 2011.

Sei anni di guerra hanno lasciato il segno: nelle strade, negli edifici, nella rete idrica e in quella elettrica. La ricostruzione va a rilento. Servono soldi e l’Iraq, che ottiene il 95% delle sue entrate dal petrolio, si trova in difficoltà. Non solo perché il greggio è nettamente inferiore rispetto a un anno fa. Ma anche perché i giacimenti sono fatiscenti. Lo erano già sotto il regime di Saddam Hussein e la guerra ha peggiorato le cose. Il risultato è che, pur essendo seduto su enormi ricchezze, il governo di Nouri al Maliki si trova costretto a ridurre la spesa pubblica, dai 69 miliardi di dollari del 2008 a 61 miliardi nel 2009. Gli sforzi del governo sono tutti tesi ad attirare investimenti stranieri, essenziali per rimettere in sesto il paese. La prima grande asta realizzata il mese scorso per lo sfruttamento di alcuni giacimenti di petrolio e gas naturale è stata una mezza delusione. Buona parte dei campi non sono stati assegnati, perché le remunerazioni erano troppo basse. Legate al petrolio sono anche le tensioni che minacciano di sorgere tra il governo di Baghdad e il territorio semi-autonomo del Kurdistan per il controllo della città di Kirkuk, ricchissima di riserve. Anche per questo il governo Al Maliki ha bisogno del sostegno statunitense, così come per poter rinegoziare le compensazioni di guerra che l’Iraq paga dal ’91, quando Saddam Hussein attaccò il Quwait.