ULTIM'ORA

ULTIM'ORA

Le multinazionali estere tornano a sfruttare i giacimenti iracheni

Lettura in corso:

Le multinazionali estere tornano a sfruttare i giacimenti iracheni

Dimensioni di testo Aa Aa

Non succedeva dal ’72, dai tempi della nazionalizzazione dell’Iraq Petroleum Company, controllata da un consorzio multinazionale costituito da Usa, Gran Bretagna, Francia, e Paesi Bassi che sfruttava la quasi totalità del territorio iracheno. Poi, per trentasette anni, sanzioni e conflitti hanno tenuto lontano gli investitori.

Per molti iracheni, e per le stesse società petrolifere locali, riaprire i giacimenti agli stranieri equivale a svendere le risorse naturali del Paese. “Queste società non vengono qui per il bene dell’Iraq, dice Farouq Mohammed Sadeq, sindacalista del settore petrolifero iracheno, hanno un loro preciso obiettivo che sicuramente avrà un impatto sulla sovranità del Paese.” Anche se le multinazionali del petrolio dovranno condividere colla società petrolifera statale la gestione dei campi petroliferi, di cui a dire il vero finanziano in toto lo sviluppo. C‘è poi la spinosa questione della sicurezza, che farà lievitare i costi del 10-15%. “Ovviamente la sicurezza è fondamentale, conferma l’analista Walid Kurdi; le società presenti, e le autorità, dovranno occuparsene. Considerato gli utili che ne verranno vale comunque la pena rispetto ai costi della sicurezza.” In ogni caso l’Irak non ha grande scelta. Terzo paese al mondo per riserve petrolifere con 115 miliardi di barili, con la guerra la produzione è scesa a due milioni e mezzo scarsi di barili al giorno. L’obiettivo è arrivare al doppio nei prossimi cinque anni. Su vent’anni questo significa generare introiti per 1,7 trilioni di dollari – solo 30 miliardi sarebbero appannaggio delle società estere. Il petrolio è una delle chiavi ai conflitti della regione. Non è un caso che gli insorti iracheni ne abbiano fatto un obiettivo con innumerevoli attentati alle raffinerie. Anche sul piano nazionale l’oro nero è causa di disputa fra la regione del Kurdistan, che ne è ricchissimo, e Baghdad, che nega il diritto di esportarlo senza il via libera del governo federale. Per l’Iraq pero’ gli appalti concessi oggi permetteranno di finanziare la ricostruzione, soprattutto delle tante infrastrutture distrutte dalla guerra.