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Gli inviti di Obama e le riserve di Israele

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Gli inviti di Obama e le riserve di Israele

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Il Cairo, 4 giugno. É il giorno dell’apertura di Barack Obama al mondo musulmano. É il giorno della riconciliazione. Il presidente americano invia a Israele due moniti: deve accettare il principio “due popoli, due stati” e mettere fine alla colonizzazione della Cisgiordania.

“Non ci sono dubbi: la situazione per il popolo palestinese è intollerabile. L’America non volterà le spalle alla legittima aspirazione dei palestinesi alla dignità, alle proprie opportunità e a un proprio stato”. “Gli Stati Uniti non accettano che l’espansione delle colonie israeliane sia considerata legittima”. Il premier israeliano Benjamin Netanyahu si è preso qualche giorno prima di rispondere alle pressioni dell’America. Ha infine accettato l’idea di uno stato palestinese ma smilitarizzato, ponendo un’altra condizione: che Israele sia riconosciuto come lo stato del popolo ebraico con Gerusalemme capitale indivisibile. Una rivendicazione che nelle colonie ha suscitato consensi compiaciuti. “Penso che il primo ministro abbia fatto bene, ma non proprio del tutto perchè ci sono cosí tante cose da fare non solo garantire agli Stati Uniti che noi faremo tutto per bene e faremo tutto ció che vogliono. Faremo alla nostra maniera, perchè siamo israeliani, non siano qui a causa dell’Olocausto. Siamo qui perchè siamo ebrei”. Netanyahu non ha fatto proprio il secondo monito di Obama: rinunciare all’espansione delle colonie in Cisgiordania. Ha ribadito il diritto a quella che ha definito una “crescita naturale” della popolazione israeliana. In Cisgiordania risiedono già più di 290 mila israeliani. A Ramallah gli umori sono opposti. “É come un ladro che vuole accaparrarsi tutta la refurtiva senza dare nulla in cambio. Prevale sempre la legge del piú forte”. “Rifiutiamo quello che ha detto Netanyahu perchè non ci riconosce quello che ci spetta. Vogliamo il ritorno dei rifugiati, il diritto al ritorno, vogliamo che Gerusalemme sia nostra”. Netanyahu invece pretende esplicitamente che i palestinesi rinuncino al ritorno dei rifugiati espulsi dalle loro terre nel 1948.