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Vento avvelenato dal lago di Aral

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Vento avvelenato dal lago di Aral

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Questo era un mare, 40 anni fa. Ora è uno dei posti più desertici della terra, in Kazakhstan, nell’Asia centrale. Il lago di Aral ha subito una desertificazione velocissima e misteriosa. Gli scienziati europei sono qui per capire come ha potuto accadere.
 
Christian Opp, geografo:
“Il lago di Aral era un’oasi di frescura tra due deserti, il deserto di Karakum e il Kasulkum. Una riserva d’acqua enorme, con un habitat e un ecosistema molto ricco, una grande biodiversità. Ora, sapete come chiamano il lago? Aralkum, che vuol dire il deserto di Aral. Basta guardarlo: il lago è diventato un altro deserto”.
 
Oleg Semedov, fisico:
“Il problema numero uno quando il lago si è ritirato è stata la penuria di pesce. I pescatori e gran parte della popolazione sulel sponde del lago si è ritrovata senza un lavoro. Ma c‘è anche un secondo problema. L’antico letto del lago è ora una piattaforma molto pericolosa di sabbia, polvere, sale, particelle e sostanze chimiche sollevate dal vento. Sospese nell’aria, hanno distrutto la vegetazione in un raggio di 150 chilometri. E’ la desertificazione che avanza in un’intera regione”.
 
Il lago d’Aral è vittima di uno dei più gravi disastri ambientali provocati dall’uomo. Originariamente infatti, il lago era ampio all’incirca 68.000 km², ma dal 1960 il volume e la sua superficie sono diminuiti di circa il 75%. 

In era sovietica l’acqua dei due fiumi che tributavano nel lago è stata prelevata per irrigare i neonati vasti campi di cotone delle aree circostanti. Per far posto alle piantagioni, i consorzi agricoli non hanno lesinato l’uso di diserbanti e pesticidi che hanno inquinato il terreno circostante. L’impatto ambientale sulla fauna lacustre è stato devastante.
E poi, c‘è il vento.
 
Il vento,  che spira costantemente verso est/sud-est e trasporta la sabbia, salata e tossica per i pesticidi, ha reso inabitabile gran parte dell’area e le malattie respiratorie e renali hanno un’incidenza altissima sulla popolazione locale. Le polveri sono arrivate fino su alcuni ghiacciai dell’Himalaya.
 
Leah Orlovsky, coordinatore Calter Project:
“Per prima cosa vogliamo capire cosa sta accadendo con le tempeste di vento in Asia Centrale e in particolar modo attorno al lago di Aral. Gli ultimi studi risalgono all’era sovietica. Le polveri non conoscono confini di stato, questa polvere può viaggiare fino in Europa e in altri posti nel mondo. Vogliamo misurare quanta polvere viene spazzata via, conoscere la sua composizione, la sua direzione. Secondariamente, vogliemo proporre soluzioni per diminuire l’impatto di queste tempeste di sabbia”.
 
Gli scienziati del progetto di ricerca europeo chiamato Calter sistemano stazioni di rilevamento nel deserto. Le particelle catturate durante le tempeste di sabbia verranno cosî analizzate. Si stima che i venti spazzino via fino a 400 chili di polvere per ettaro di terreno ogni mese.
 
Non è rassicurante pensare che su quella che una volta era un’isola an centro del lago esisteva una base militare chimico batteriologica sovietica. E che l’agricoltura intensiva all’origine del prosciugamento non lesina nell’uso di sostanze chimiche altamente inquinanti.
 
Christian Opp, geografo:
“Con tecniche come la radio-fluorescenza abbiamo determinato la misura dei granelli di polvere e la loro composizione mineralogica. Così abbiamo potuto risalire alla zona di provenienza. Ecco la nostra ipotesi: poichè queste polveri provengono in parte dal fondo del lago, il tasso di salinità deve essere relativamente elevato. Ed è confermato: il sale del mare di Aral è arrivato fino a qui”.
 
Ci spostiamo ora a 1300 chilometri a sud ovest. nella ex-capitale del Kazazhstan, Alma Ata. Una distesa di sabbia che i segreti sovietici avevano con cura isolato dal mondo. Una sabbia che contiene i residui di finte guerre batteriologiche, la diossina di tonnellate di fertilizzanti feroci e diserbanti, per gonfiare il raccolto del cotone.
 
Segreti che la scienza oggi cerca di svelare, studiando composizione e movimento delle tempeste sul deserto in Asia Centrale. Le immagini del satellite mostrano come i venti carichi di veleni spandono la desertificazione, decretando la fine di interi ecosistemi.
 
Lev Spivak, National space centre:
“Dall’anno 2000, la superficie che produce polveri nella regione dell’aral è in aumento; anche la frequenta e l’intensità delle tempeste è aumentata. Prima la direzione privilegiata era il nord ovest. Ora è il sud. Questo significa che ogni anno nuovi appezzamenti di terreno vengono inquinati dai sali provenienti dal fondo dell’Aral”.
 
I ricercatori vogliono capire anche le dinamiche interne di una tempesta di sabbia. Il suo volume, velocità e densità, come si forma e com esi spegne. Per far questo, simulano una tempesta in un tunnel del vento, fornito di raggi laser e riempito di sabbia e polveri del deserto.
 
Oleg semedov, fisico:
“Questi esperimenti ci hanno permesso di capire quanta sabbia viene trasportata e in che modo è diffusa secondo la velocità del vento. Ora sappiamo che le particelle di sabbia avanzano come in una valanga. le particelle più piccole si sollevano e sospingono quelle più grandi, che spingono quelle più grandi, e così via. Sappiamo anche che la massima concentrazione di sabbia si situa all’altezza di una frazione di millimetro. PiÛ è alto l’occhio della tempesta, meno è elevata la densità della sabbia. Un’equazione matematica ci aiuta a calcolare la massa totale di sabbia spazzata via a diverse altezze e a diverse velocità del vento”.
 
Nel deserto, gli scienziati studiano diversi siti geologici. E’ ormai chiaro che la desertificazione causata dall’attività umana ha moltiplicato le tempeste di sabbia, che a loro volta producono altra desertificazione, e sono letali per la popolazione. Ogni famiglia qui è segnata dai veleni che mangia e respira nel vento grigio.
 
Lea Orlovsky, coordinatore Calter Project:
“Oggi conosciamo la ricaduta esatta della sabbia per metro quadrato, misurata in tonnellate per anno e per ettaro. Oggi conosciamo l’esatta composizione delle polveri. Sappiamo anche da dive provengono. Quindi dobbiamo utilizzare questi dati per proporre soluzioni. E pensiamo che il modo migliore per prevenire un ulteriore invasione delle polveri sia la coltivazione di piante locali. Non su tuttal asuperficie dell’ex mare di Aral. Ma in piccole isole di verde. Queste piante trattengono il terreno, evitando che venga spazzato via”.
 
Un arbusto, noto anche con il nome di “albero del sale”, in grado di vivere in ambienti aridi e dalla salinità elevata.  L’obiettivo è quello di ridurre del 60%-70% la velocità del vento al suolo. Il grande mare di Aral, un grande deserto avvelenato. Nessuno vuole restituirgli l’acqua dei suoi fiumi. E allora arrivano gli alberi, per proteggere dai veleni.

“For more information”: http://www.epif.bgu.ac.il/CALTER/