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Tigri Tamil, l'armata vacilla?

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Tigri Tamil, l'armata vacilla?

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In Sri Lanka, la minoranza Tamil rappresenta il diciotto per cento della popolazione. Abita le zone settentrionale e orientale dell’ isola, area che la guerriglia ha riconosciuto come sede dello stato indipendente del Tamil Ilam.
 
Un obiettivo che le Tigri Tamil perseguono dal 1972, da quando cioè hanno imbracciato le armi per affermare il diritto all’esistenza della propria etnia.
 
Una lotta, condotta da una struttura militare tanto sviluppata da poter contare su navi, aerei, fino ai sommergibili, caso unico al mondo se si pensa alle altre realtà di guerriglia.
Nei territori rivendicati come loro patria, le Tigri Tamil hanno  instaurato un governo parallelo: dotato di proprie strutture per l’amministrazione della giustizia della sanità, e con una propria polizia.
 
La campagna secessionista è stata violenta: circa settantamila le persone uccise in trent’ anni in cui si sono ripetuti attentati a personalità politiche cingalesi. Nel 1991 l’assassinio del primo ministro indiano Rajiv Gandhi: azione clamorosa che costa alle Tigri Tamil  l’inserimento nella lista nera delle organizzazioni terroristiche, condivisa da trentadue paesi.
 
Dal duemilacinque la controffensiva governativa si fa più serrata. I guerriglieri sono prima costretti a difendersi e poi ad arretrare. Ad oggi dei quindicimila metri quadrati occupati, sotto il loro controllo non ne resta che meno della metà.
 
Due anni fa è l’elezione del presidente Mahinda Rajapakse a fare da spartiacque. Pugno di ferro contro i ribelli, stop ai negoziati e carta bianca all’esercito per archiviare la guerriglia una volta per tutte.
 
Oggi, nell’ora dell’affondo più duro dell’esercito dello Sri Lanka, sono numerosi gli analisti che preferiscono non sbilanciarsi sul futuro della lotta Tamil. Almeno finché non si avranno notizie certe di Pabakaran, capo della rivolta scomparso, ma ancora in vita.