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Summit delle Americhe, non c'è unanimità sulla dichiarazione finale


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Summit delle Americhe, non c'è unanimità sulla dichiarazione finale

Barack Obama raccoglie un secondo successo internazionale, dopo quello europeo in Sud America, ma il summit che ha riunito a Trinidad e Tobago i 34 leader del continente americano si conclude senza unanimità sulla dichiarazione finale.

Colpa di Cuba, o meglio del fatto che il documento non faccia alcun accenno all’embargo americano. L’inquilino della Casa Bianca ha comunque tracciato un bilancio positivo delle relazioni stabilite nei giorni scorsi: “Da oggi – ha detto – sarà più facile per alcuni dei nostri alleati nella regione, come Messico e Colombia, collaborare con noi su temi come il traffico di droga, perché le popolazioni di quei paesi possono considerarci una forza positiva”. Sui rapporti con Cuba e il Venezuela, Obama si è detto incoraggiato dai segnali ricevuti, ma ha anche ricordato che sarà necessario confermare le buone intenzioni con fatti concreti. “Raul Castro ha detto che è pronto a discutere con noi non solo di una revoca dell’embargo, ma anche di diritti umani e di prigionieri politici: li prendiamo come segni di progresso”. I membri dell’Alternativa bolivariana per le Americhe, tra i quali figurano Venezuela, Bolivia e Nicaragua, hanno tuttavia rifiutato di firmare il documento conclusivo. “Il motivo è che di Cuba non si parla – ha spiegato il presidente ecuadoriano Correa – e non si parla in modo adeguato nemmeno del problema dell’immigrazione. Ecco perché dico che questo è un documento light, un tipico documento di protocollo”. Una cosa comunque è certa. Il nuovo approccio degli Stati Uniti dopo l’era Bush è piaciuto alla maggior parte dei leader sudamericani, che con l’America di Obama vogliono costruire un rapporto più bilanciato.
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