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Il premier iracheno: "il nostro Paese non è più un pericolo per la pace"

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Il premier iracheno: "il nostro Paese non è più un pericolo per la pace"

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Oppositore dell’ex dittatore Saddam Hussein, l’attuale primo ministro iracheno Nouri al-Maliki è uno degli artefici della nuova costituzione del Paese. Tornato in Iraq nel 2003 dopo 23 anni di esilio, esponente del partito sciita Dawa, è impegnato nella lotta contro il terrorismo. Il ruolo dell’Iraq nella regione, il rapporto con gli Stati Uniti. euronews ne ha parlato con lui a Bagdad.

euronews : Il progetto di riconciliazione nazionale che ha elaborato è molto ambizioso, ma due partiti ne sono stati esclusi: quello Baath e l’“Haya Ulama al-Muslimin, “Autorità dei saggi musulmani in Iraq”. Un’esclusione favorita da un vuoto giuridico? Nouri al-Maliki: La riconciliazione non è un concetto astratto senza limiti, al contrario è un concetto che ha fondamenta costituzionali. L’esclusione del partito Baath in particolare è un impegno sancito dalla Costituzione. L’articolo 7 proibisce il ritorno del partito, anche sotto un nuovo nome, nel processo politico. Il partito Baath in Iraq è considerato razzista e sciovinista. Per questo la costituzione irachena lo ha messo al bando, perché basato su questi concetti. Non si può violare la costituzione e riconciliarsi con un partito messo al bando con decreto costituzionale. Il partito Baath ha una storia sanguinosa, è considerato un partito terrorista che diffonde tesi terroriste e incita al nazionalismo fanatico. Quanto all’“Autorità dei saggi musulmani in Iraq, “ questo partito ha legittimato il settarismo combattendo altre confessioni. Come ci si può dunque riconciliare con un’organizzazione simile che pretende di essere un’autorità dei saggi musulmani, ma che incita allo sradicamento dello sciismo e considera i suoi fedeli degli empi? euronews: La Marjiya, le guide spirituali sciite, sostengono di conservare la stessa distanza nei confronti di tutte le forze politiche. Qual è la sua posizione verso queste istituzioni religiose, hanno un’influenza sulle vostre scelte politiche? al-Maliki: La Marjiya, in quanto autorità religiosa si rivolge a tutti. Non deve fare distinzioni o favoritismi nei confronti di nessuno, neppure tra i partiti politici. Questo non vuol dire che non abbia un proprio punto di vista o qualcosa da dire. Quando in Iraq c’era bisogno di sostegno e aiuto, la Marjiya c’era. Si è pronunciata sull’amministrazione dello Stato, sulla Costituzione, la democrazia, il settarismo. La Marjiya ha incontrato tutte le forze politiche. Nessuno potrà dire che mi ha sostenuto o abbia giocato un ruolo contro un’altra parte politica. Certo oggi si posiziona a favore del processo politico, è chiaro. E’ riuscita a mobilitare il popolo iracheno affinché partecipasse al processo elettorale e lo ha incoraggiato a impegnarsi attivamente. euronews: Recentemente ha incontrato responsabili turchi, il presidente Abdullah Gul, e iraniani, il ministro degli Esteri Ali Larijiani. Le hanno fatto richieste precise? al-Maliki: “Sì, c‘è stato un grande entusiasmo per il miglioramento delle relazioni bilaterali in tutti gli ambiti di cui l’Iraq e gli altri Paesi hanno bisogno. L’Iran ha i propri interessi, come pure l’Iraq e la Turchia. La rete di interessi può contribuire a rafforzare i legami tra questi Stati. La Turchia vive una situazione particolare sul piano della sicurezza, e l’Iraq potrà fornirgli aiuto in materia. Anche l’Iran ha lo stesso problema e ha bisogno che le sue relazioni con l’Iraq siano buone. E l’Iraq ha bisogno che l’Iran si impegni. euronews: Qual è il ruolo che l’Iraq gioca nel riavvicinamento politico e strategico tra Iran e Stati Uniti? al-Maliki: Abbiamo esercitato questo ruolo in diversi incontri con gli americani durante l’amministrazione Bush. Ci sono stati vari incontri tra iraniani e americani, l’Iraq ha giocato anche un ruolo di mediatore. Sfortunatamente i negoziati sono stati infruttuosi, ma senza dubbio hanno preparato il terreno rompendo il ghiaccio tra le due parti. Quando il nuovo presidente statunitense Barack Obama ha dichiarato di voler avviare un dialogo con l’Iran noi non siamo stati consultati per mediare, ma se ci sarà chiesto faremo sicuramente il necessario per trovare una soluzione ai contrasti tra i due Paesi. Contrasti che non giovano a nessuno, né a questi Paesi né all’intera regione. euronews: Il ritiro programmato delle truppe statunitensi è la prima sfida del suo governo. Questo pone problemi visto che l’apparato di sicurezza iracheno non è ancora pronto per dare il cambio agli americani? al-Maliki: L’apparato di sicurezza iracheno ha mostrato concretamente tutta la sua competenza e la sua efficacia in diverse battaglie e conflitti. I nostri soldati erano molto forti, attivi, ben addestrati per far fronte a qualsiasi sfida inattesa. Ma non credo ci saranno sfide dopo il ritiro programmato dei contingenti stranieri dispiegati in territorio iracheno. Le forze irachene diventano sempre più efficaci e competenti. La solidarietà e la coesione tra il popolo e il suo governo hanno giocato un ruolo cruciale per la stabilità. Il ritiro non porrà alcun problema per la sicurezza. euronews: Lei ha dichiarato che l’Onu l’estate prossima deve rivedere tutte le decisioni prese nei confronti dell’Iraq dal 1990. Quali in particolare sul piano sicurezza? al-Maliki: Credo che tutte le decisioni prese nei confronti dell’Iraq potranno essere soppresse. Alcune sono state prese perché si riteneva che l’Iraq possedesse armi chimiche e nucleari. Le ispezioni non hanno individuato nulla e il dossier è chiuso. Certo l’Iraq era un pericolo per il suo popolo, i suoi vicini e il mondo intero, ma oggi non lo è più. Tutte le decisioni prese in passato e le sanzioni internazionali contro l’Iraq non hanno più senso ora. L’Iraq non è più un pericolo per la sicurezza né per la pace internazionale e lo ha riconosciuto anche l’Onu. euronews: L’Iraq era un fardello per l’ex presidente statunitense George Bush. Pensa che sarà lo stesso per l’amministrazione Obama? al-Maliki: Assolutamente no. L’Iraq non è più un fardello né per i suoi vicini, né per gli Stati Uniti, né per il Consiglio di sicurezza. L’Iraq è in buone mani, nelle mani dei suoi figli, gli iracheni. Il processo politico si è concluso positivamente, con il rispetto di tutte le sue tappe. E’ stato messo in piedi l’apparato di sicurezza. I terroristi e le organizzioni terroristiche hanno indietreggiato, daremo loro la caccia fino ad annientarle. L’Iraq ora ha bisogno dei suoi figli, per completare i suoi doveri politici e costituzionali. Il mondo intero deve cercare altri modi per affrontare il problema terrorismo. Combattere il terrorismo in Iraq è nostra intera responsabilità.