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10 anni la Nato bombardava la Serbia

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10 anni la Nato bombardava la Serbia

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Questa notte, dieci anni fa, le prime bombe della Nato su Belgrado. Ventilate, evocate, minacciate da tempo, il passaggio all’atto sorprende le autorità di Belgrado. Obiettivo dell’Alleanza: riportare i serbi al tavolo dei negoziati. Tempo tre-quattro giorni, si pensa. I bombardamenti dureranno 78 giorni.

“Ritengo che a cavallo di due millenni e di due secoli non sia assolutamente normale che una nazione venga bombardata, dice Dragan Satanovac, attuale ministro della difesa serbo; a mio avviso l’obiettivo della Nato si sarebbe potuto ragiungere con meno dispendio di mezzi, e di vite umane.” All’inizio di giugno la missione è compiuta: rappresentanti di Russia e Unione Europea arrivano a un accordo con Milosevic – le truppe serbe si ritirano dal Kosovo. Decine di migliaia di serbi kosovari sono lasciati in balia delle rappresaglie della maggioranza albanofona. Milivoje Mihajlovic, rifugiato serbo fuggito dal Kosovo, se ne ricorda bene. “E’ una sensazione terribile sapere di avere solo un paio d’ore per decidere che fare, dove andare, come passare i posti di blocco, cosa mettere in un sacchetto di plastica – un’esperienza terribile che non auguro a nessuno.” Ma facciamo un passo indietro. Nel 1996 le forze di sicurezza serbe sono in guerra aperta coi ribelli albanesi dell’UCK (l’Esercito di Liberazione del Kosovo). La repressione serba miete vittime e costringe centinaia di migliaia di albanofoni alla fuga. Meno di tre anni dopo c‘è il presunto massacro di Racak, una messa in scena sufficientemente credibile da giustificare piu’ tardi i bombardamenti Nato. Nel febbraio del 1999 Germania, Regno Unito, Russia, Usa e Francia tentano la via diplomatica a Rambouillet, appena fuori Parigi. I negoziati falliscono, i kosovari respingono la semplice autonomia e Belgrado dice no a una presenza di forze internazionali nella regione. Le voci di un piano di pulizia etnica ai danni della comunità albanofona si moltiplicano. La Nato decide per i bombardamenti. Gli obiettivi sono le strutture militari, ponti, snodi ferroviari, rete elettrica. Fra gli errori collaterali si contano circa 500 civili uccisi, e centinaia di abitazioni distrutte. Dieci anni dopo Belgrado ostenta ancora le ferite: gli edifici militari in pieno centro sono lasciati semidistrutti, a testimoniare la storia recente, le perdite subite, compreso il Kosovo, considerato culla della civiltà serba.