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Mentre in Israele il premier incaricato Netanyahu va avanti nelle trattative per la formazione del nuovo governo, si moltiplicano le reazioni preoccupate alla ipotesi che l’incarico di ministro degli Esteri venga affidato all’esponente dell’ultra-destra Abigdor Liebermann.

In base agli accordi il partito dell’ex buttafuori moldavo, teorizzatore di una separazione materiale e definitiva dagli arabi, conquista anche altri quattro ministeri, tra cui quello dell’Interno. L’intesa per il nuovo governo, che senza il Likud resterà tuttavia minoritario, preoccupa non poco i palestinesi, come dice Saeb Erekat, capo negoziatore per l’Anp. “Parliamo di un governo israeliano con un ministro degli Esteri che richiama apertamente nel suo programma l’espulsione forzata da Israele dei non-ebrei, come cristiani e muslmani palestinesi, sebbene siano cittadini di questo paese. Se questo non è razzismo, allora io non so che vuol dire razzismo”. L’eco dei negoziati per il nuovo governo israeliano è arrivata a Bruxelles, dove l’Alto responsabile per la politica estera, Javier Solana, ha commentato le novità con cautela. “Lavoreremo come al solito con un governo israeliano che sia pronto a proseguire i negoziati sulla base del criterio di due popoli due stati. Se non fosse questo il caso, allora la situazione sarebbe doversa”. Fuori dall’intesa politica restano i centristi di Kadima guidati da Tzipi Livni. Per entrare nel governo avevano posto due condizioni, entrambe respinte da Netanyahu: rispettare gli accordi di Annapolis e condividere la guida dell’esecutivo.