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I profughi del Darfur in Ciad: una situazione sempre al limite

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I profughi del Darfur in Ciad: una situazione sempre al limite

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Il campo profughi di Djabal, nella provincia di Goz Beida, nel Ciad orientale, non è lontano dalla frontiera con il Sudan. Ospita 17.000 persone, in fuga dal Darfur, dai massacri, dalle violenze perpetrate dalle milizie Djandjaweed negli ultimi sei anni. Qui sono stati tutti entusiasti, alla notizia del mandato d’arresto internazionale contro il presidente sudanese Omar al-Bashir.

“Se al-Bashir viene arrestato – dice un rifugiato – i Djandjaweed non sapranno più a chi rivolgersi, perché loro ricevono le loro armi, cibo e tutto quanto da al-Bashir” Sono oltre 200.000 i rifugiati del Darfur in questa regione frontaliera del Ciad: l’agenzia per i rifugiati delle nazioni Unite, UNHCR, offre loro istruzione, acqua, servizi sanitari di base. Siamo nella regione del Sahel, qui vivono popolazioni povere, che hanno reagito con generosità, ma la situazione incomincia a pesare, i rifugiati sono troppi, e ne arriveranno di più: le Nazioni Unite e l’Unione europea temono che, dopo il mandato d’arresto per al-Bashir, aumenti la pressione, ed aumentino i profughi. “È possibile che, spinti dalla mancanza di protezione e d’appoggio, migliaia di individui possano ancora decidere di attraversare la frontiera ed entrare in territorio ciadiano”, dice il direttore del campo di Djabal. Alcuni gruppi erano soliti attaccare i campi e gli operatori umanitari, e per far fronte a questa minaccia è stato deciso l’invio del contingente europeo Eufor. “Il Ciad ritiene – e l’Unione europea e la Commissione in particolare hanno trovato conferme – che i gruppi ribelli ciadiani che attaccano il territorio sono sostenuti dal Sudan”, dice il capo-delegazione della Commissione europea nel Ciad. Lo scopo è chiaro: spingere i profughi, di etnia Massalit, lontano dal confine; creare tensioni con la popolazione locale, e destabilizzare il governo ciadiano. Cosa che potrebbe mettere a rischio la stabilità di tutta la regione. È per reagire a questi rischi, oltre a quello di un’emergenza umanitaria, che è stato deciso l’invio del contingente militare dell’Unione europea, e ora quello delle Nazioni Unite.