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La crisi obbliga la Cina e rivedere l'agenda politica

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La crisi obbliga la Cina e rivedere l'agenda politica

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Obiettivo di crescita 2009: 8%. Il Premier cinese Web Jiabao lo ha detto all’Assemblea Nazionale del Popolo.

Ma la crisi economica è così profonda da dettare l’agenda politica. Una crisi che costringe a fare di necessità virtù ridimensionando l’ostilità tra Pechino e Taiwan. Il Premier aveva già indicato che il governo era pronto a modificare le relazioni con Taipei. Pechino rivendica la sovranità su Taiwan dove i nazionalisti hanno ripiegato nel 1949 dopo la sconfitta contro i comunisti di Mao. Ora la crisi fa da propulsore degli scambi commerciali. Ma da tutto il Paese arriva l’inquietudine per la contrazione della crescita, l’aumento della disoccupazione, le crescenti proteste. In novembre scorso il governo ha annunciato un piano di rilancio da 467 miliardi di euro per bloccare la caduta dal Pil, fermo al 6,8% a fine 2008. Wen Jiabao ha riaffermato l’obiettivo di crescita dell’8%, ma per gli analisti è il minimo che il Paese debba fare per contenere il tasso di disoccupazione. Ufficialmente fermo al 4,2%, ma in realtà due volte più alto, come spiega un esperto dell’Academia di Scienze Sociali. “Il tasso di disoccupazione toccherà il 9%. Il dato fornito dal governo riguarda solo i lavoratori residenti nelle città. Restano fuori i lavoratori migranti”. E secondo le stime sarebbero almeno 20 milioni i cinesi immigrati per lavorare che hanno già perso il posto dopo la chiusura delle industrie votate all’export. Ma non sono la sola categoria vittima della crisi. L’altro grande bacino di disoccupazione è quello dei neo diplomati. Due anni fa per i giovani il primo impiego arrivava poco dopo il diploma. Ora le cose vanno molto peggio. “Molti laureati non trovano lavoro” dice un ragazzo. “Chi trova un primo impiego prende fra i 350 e i 470 euro al mese. Non molto. E non si vedono grosse prospettive di miglioramento”. Il rallentamento dell’economia cinese ha scatenato un’ondata di proteste che preoccupa le autorità. Il 24 febbraio scorso ad esempio i dipendenti che hanno perso il lavoro in tutta la Cina si sono radunati a Pechino di fronte alla Banca dell’Industria e del Commercio. Per rispondere al malcontento il governo ha raddoppiato la spesa pubblica per la sanità, l’assistenza sociale, i contributi alla disoccupazione. Con il doppio obiettivo di aiutare le famiglie cinesi, il cui potere d’acquisto è in caduta libera. E aumentare la fiducia nelle autorità, rilanciare i consumi, rimettere in moto il meccanismo inceppato di una delle più grandi economie del pianeta.