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Gaza, i rischi e i costi della ricostruzione

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Gaza, i rischi e i costi della ricostruzione

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Nella periferia di Gaza, partiti i carri armati israeliani, non resta che la devastazione. Ammassi di rovine dove gli ex residenti cercano disperatamente di raccogliere qualcosa di utile. Secondo l’Ufficio centrale palestinese di statistica, solo il 14 per cento del totale degli edifici è distrutto. Evidentemente, la situazione è diversa da quartiere a quartiere. “Stiamo cercando un posto dove vivere, questa era la nostra casa – dice un residente -. Non abbiamo nessuno che ci aiuti, non le Nazioni Unite, non il governo, nessuno si fa vivo. Stiamo pregando l’Onu e la Croce rossa o chiunque altro di darci almeno una tenda, ma qui non c‘è nessuno”. Una donna si aggira tra le rovine. Era fuggita da Gaza all’inizio dei bombardamenti, ora è tornata e della sua casa non restano che le macerie: “Sono tornata dopo 20 giorni, ho trovato tutto distrutto. Non ci sono materassi, né farina, né animali da cortile, niente. Che cosa dovremmo fare ora? chi ci ricostruirà una casa?” Secondo le prime stime dei palestinesi, per la ricostruzione sarà necessario almeno un miliardo e mezzo di euro. L’Arabia Saudita ha già promesso la metà del budget e anche i Paesi europei si sono impegnati per un aiuto rapido. Ma diversi ostacoli già si profilano all’orizzonte. Perché Israele intende controllare in modo rigoroso la ricostruzione per assicurarsi che nemmeno un euro finisca nelle tasche di Hamas. E permane il blocco economico della Striscia, in vigore dal 2007. Poi c‘è il problema dei tunnel alla frontiera tra la Striscia di Gaza e l’Egitto, uno degli obiettivi principali dell’offensiva israeliana. Non appena i tank con la stella di David si sono ritirati, è subito cominciata la ricostruzione dei sottopassaggi. Sono destinati a contrabbandare materiali, cibo e bestiame, ma anche armi. Un elemento che potrebbe far naufragare qualsiasi sforzo per una pace duratura.