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La politica estera di Barack Obama

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La politica estera di Barack Obama

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Come sarà la politica estera di Barack Obama, che riceve in eredità due guerre in corso e svariate crisi irrisolte?

Priorità è l’Afghanistan, ha già detto. La gestione di un conflitto piantato a metà consentirà di valutare quanto diversa sarà l’amministrazione democratica. Di certo, incrementare gli effettivi non basterà a stabilizzare l’Afghanistan, almeno secondo Jim Miller, analista della politica americana. “Gli Usa dovranno modificare la loro strategia. Per questo conflitto siamo riusciti a coinvolgere altri alleati, e dovremo continuare su questa strada, anche se secondo me occorrerà abbassare le aspettative o prevedere tempi piu’ lunghi per potere pensare a un cambiamento sul terreno.” Scegliendo Hillary Clinton alla testa della diplomazia americana, Obama rompe con la formula dell’asse del male e dell’unilateralismo: basta dogmatismo, spazio al pragmatismo. Davanti al Senato l’ex First Lady ha descritto i principi della “smart power”, la potenza intelligente, un mix di strumenti politici, militari, economici utilizzati per “formare coalizioni insieme ad altri paesi che a nostro avviso hanno interesse a impedire che l’Iran diventi una potenza nucleare.” Le attese sono enormi, ma già sulla stampa internazionale si leggevano di recente commenti delusi sulle miti e diplomatiche dichiarazioni rilasciate da Obama sull’offensiva israeliana a Gaza. “Obama, dice Shiblez Telhami, esperto di questioni mediorientali, potrebbe essere l’ultimo presidente degli Stati Uniti ad avere la possibilità, come soluzione, dei due stati, uno palestinese, l’altro ebraico. Ora, non vi sono altre opzioni fattibili o credibili o accettabili a disposizione – da qui l’urgenza di una soluzione.” Ci si attende un “new beginning”, anche se Obama è uomo prudente, che sa e vuole aspettare, e il nuovo corso potrebbe decollare solo molto lentamente. In ogni caso non sarà un mutamento radicale. “Sarà prima di tutto di stile, dice Bart Kerreman, esperto di politica americana. Sarà un approccio prudente, il che non significa che gli USA non difenderanno, o non continueranno a difendere, i propri interessi. La differenza sarà che i loro interessi verranno gestiti in maniera diversa.” Soprattutto quando tutti i sondaggi dicono che l’opinione pubblica americana ha una sola cosa in testa: non la guerra in Iraq, non un conflitto irrisolto da decenni, ma l’ormai globale crisi economica.