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USA. La crisi dell'auto vista dalla catena di montaggio

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USA. La crisi dell'auto vista dalla catena di montaggio

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Il governo degli Stati Uniti potrebbe stanziare parte dei 700 miliardi di dollari del piano Paulson per salvare la propria industria automobilistica. Ma la decisione ufficialmente non è stata presa, ancora, e nelle fabbriche del Michigan e degli altri cosiddetti stati della “cintura della ruggine” i lavoratori risentono di questo clima di grave incertezza: “Ogni giorno – dice un caporeparto – c‘è qualche dipendente che mi viene a chedere: lavoreremo ancora la prossima settimana?

I lavoratori non capiscono perché i repubblicani del Senato non abbiano voluto far passare il piano di salvataggio del settore, nel momento in cui 4 milioni di persone sono a rischio disoccupazione: “La barca affonda, non è il momento di discutere, bisogna tirar fuori le scialuppe di salvataggio. Le cose peggiorano a vista d’occhio” dice un altro addetto. Ovunque i mercati hanno risposto male al rifiuto di aiutare GM, Chrysler e Ford. Perché i giganti mondiali del settore sono talmente correlati fra loro che se uno crolla anche gli altri tremano. L’analista Dariusz Kowalczyk: “Il rischio è che ci siano grandi perdite di posti di lavoro negli Stati Uniti, circostanza che aggraverebbe la recessione dall’altra parte del Pacifico. Se ciò si verificasse l’Asia impiegherebbe molto tempo per risollevarsi dalle conseguenze della nostra recessione”. L’industria dell’auto è stata il simbolo della potenza economica americana. Oggi è un modello di sviluppo in crisi, che accusa i propri anni ed è destinato a un radicale rinnovamento se non vuole trasformarsi in pezzo da museo.