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I 60 anni della Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo

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I 60 anni della Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo

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Presentando la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, Eleonor Roosvelt auspicava che il testo diventasse una specie di Magna charta in grado di difendere gli esseri umani, in tutto il mondo. Sessant’anni dopo se il valore morale, e anche legale, in certi casi, del testo è universalmente riconosciuto, nondimeno l’obiettivo non è stato raggiunto. Lo spazio protetto dei diritti umani si restringe anche nelle democrazie occidentali che stilarono il documento dopo gli orrori del nazismo.

La cosiddetta guerra globale contro il terrorismo ha messo fra parentesi certi diritti inalienabili. Il carcere americano di Guantanamo,ad esempio, viola l’articolo 9 della Dichiarazione, secondo il quale: “Nessuno può essere arbitrariamente arrestato o esiliato”. In giugno, la Corte suprema statunitense ha riconosciuto l’illegalità di queste detenzioni arbitrarie. Ci saranno dei processi, ma, solo per i prigionieri contro i quali esistono delle prove. Per gli altri, paradossalmente, resta lo spettro della detenzione indefinita.

Le prove dunque. L’articolo 5 della Dichiarazione dice: “Nessuno può essere sottoposto a tortura o a punizioni crudeli o degradanti. Le prove ottenute sotto tortura non sono valide. Il problema è che Washington non riconosce come tali certi trattamenti, come il waterboarding, stigmatizzato, invece, dalle associazioni per i diritti umani.

Murat Kurnaz, arrestato in Pakistan nel 2001 ha trascorso quasi 5 anni a Guantanamo senza imputazione precisa, né processo: “Mi hanno sottoposto al waterboarding. Hanno riempito un secchio d’acqua e mi ci hanno infilato la testa dentro. Nel frattempo mi colpivano allo stomaco. Così ero costretto a inghiottire acqua”.

Anche l’Europa si è resa complice di queste violazioni, chiudendo un occhio sulle cosiddette “renditions”, i rapimenti su suolo europeo di sospetti e sul loro trasferimento segreto, via aerea, verso prigioni, anch’esse segrete, in cui sarebbe stata praticata la tortura. L’eurodeputata Hélène Flautre: “Nelle nostre linee guida, per l’esterno dell’Unione, chiediamo alle autorità di non lasciar mai rinchiudere nessuno in un luogo segreto propizio alla tortura. Sappiamo che ci sono stati dei casi sul suolo europeo”.

La politica della sicurezza a ogni costo ha suscitato vive polemiche anche più di recente, al Parlamento europeo, quando la Commissione ha chiesto di adottare negli aeroporti il body scanner.