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Mosca piange Solzhenistsyn: il Nobel che denunció i Gulag


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Mosca piange Solzhenistsyn: il Nobel che denunció i Gulag

É morto Alexandr Solzhenistsyn, l’uomo che ha svelato al mondo le atrocità dei Gulag staliniani, l’intellettuale simbolo della dissidenza contro il regime sovietico. A 89 anni lo ha stroncato un infarto, nella sua dacia moscovita. Il piú grande scrittore russo contemporaneo, autore di alcune tra le pagine piú intense e drammatiche della letteratura del suo paese, era malato da tempo.

Nato l’11 dicembre 1918 a Kislovodsk, nel sud della Russia, combatte nella Seconda Guerra Mondiale le truppe naziste di Hitler guadagnandosi stima e medaglie.

Nel 1945, in una lettera inviata a un amico, la censura sovietica individua una critica a Stalin, sufficiente a farlo rinchiudere, per 10 anni, nei gulag.

Nel 1956 è di nuovo libero e nel 1962 pubblica il libro che nel 1970 gli vale il Nobel: “Una giornata di Ivan Denisovic”, la prima testimonianza sui campi di concentramento staliniani.

Completa la denuncia con “Arcipelago Gulag” che nel 1974 gli costa la cacciata dal paese e la perdita della cittadinanza.

Emigra in Germania, Svizzera e Stati Uniti. Diviene il simbolo della dissidenza sovietica. Rientra in patria solo nel 1994: l’accoglienza è meno calorosa di quella che si sarebbe aspettato.

Il nuovo potere russo subentrato alla dissoluzione dell’Unione Sovietica cerca di conquistarne il favore, riconoscendone il valore letterario e l’odissea cui è stato sottoposto.

Gorbaciov lo invita al Cremlino, Eltsin gli restituisce la cittadinanza russa, Putin lo va a trovare nella sua dacia moscovita.

Solzhenitsyn non si fa blandire: non rinuncia ai doveri di un intellettuale. Critica i bombardamenti della Nato in Serbia, la decadenza del suo paese, difende l’ideale di una grande Russia.

Stava lavorando alla pubblicazione della sua Opera Omnia, il suo testamento intellettuale.

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