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Omar al-Bashir, 19 anni di conflitti

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Omar al-Bashir, 19 anni di conflitti

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Omar al Bashir, militare di carriera, sale al potere in seguito al colpo di Stato organizzato con il sostegno del Fronte islamico nazionale. È il 1989.
Nel 1993 si autoproclama presidente della repubblica e accentra su di sé tutti i poteri, per poi farsi eleggere per la prima volta tre anni dopo.

I suoi 19 anni al potere in Sudan, il paese più grande dell’Africa, sono segnati prima dalla guerra con il Sud cristiano e animista, poi, dal 2003, dal conflitto in Darfur.

La violenza infuria nei villaggi della regione. Come a Seleia, solo cinque mesi fa. I civili neri sono il bersaglio degli attacchi delle forze sudanesi e delle milizie arabe filogovernative Janjaweed, che si battono contro i gruppi ribelli del Darfur.

Quando le forze dell’Onu arrivano a Seleia, i superstiti raccontano che 16 persone sono state uccise, alcune dai bombardamenti dell’aviazione, altre dalle milizie a cavallo.

Ma nel villaggio restano non più di 200 persone, su una popolazione, prima dell’attacco, di 25 mila abitanti.

Khartum ammette di fare ricorso a “milizie di autodifesa” per combattere i ribelli, ma nega legami con i Janjaweed, che sono accusati di fare pulizia etnica.

In groppa a cavalli o cammelli, i Janjaweed saccheggiano i villaggi che sono stati bombardati, uccidono gli uomini e violentano le donne.

Molte donne denunciano di essere state rapite dai Janjaweed, che le hanno schiavizzate violentandole per giorni.

Secondo stime Onu, il conflitto, oltre a fare centinaia di migliaia di morti, ha spinto 200 mila profughi in Ciad mentre due milioni e mezzo di sfollati si sono ammassati nei campi.

Dopo aver ostacolato per anni il dispiegamento dei caschi blu, Omar al-Bashir ha finito per accettare la presenza in Darfur dell’UNAMID. Una forza che dovrebbe contare 26 mila uomini, ma che non supera oggi le 9 mila unità.