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Chidiac: "Gli europei stanno assolvendo la Siria"

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Chidiac: "Gli europei stanno assolvendo la Siria"

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“Hanno ucciso, sì, mi hanno uccisa. Mi hanno uccisa! Cioè… vi immaginate una donna con il corpo a metà? Io, la donna indipendente! Mi avevano soprannominata ‘farfalla’ perché non camminavo, non avevo il tempo di camminare! Ero sempre di corsa. Facevo una trasmissione politica il mattino, presentavo il telegiornale, insegnavo all’università, continuavo a scrivere la mia tesi di dottorato… Avevo una vita sociale molto attiva, molto intensa. Vivevo con grande entusiasmo. Mi hanno fatta diventare un’inferma. Ma volevano uccidermi”.

Volevano ucciderla, con quella bomba piazzata sotto la sua auto tre anni fa. Sono riusciti a strapparle una mano e una gamba. Ma May Chidiac, giornalista libanese, autrice del libro “Il cielo dovrà attendermi”, resta la donna attiva di sempre. La farfalla.

Fra un viaggio in Europa e una trasmissione televisiva, ci ospita nella sua casa di Beirut, dove ci illustra la sua personale visione del Libano di oggi.

“Io mi considero una figlia della guerra. La guerra è cominciata quando avevo quasi dieci anni, e da allora io vivo con la guerra. Sono stata segnata dalla guerra. Ho vissuto sulle linee di demarcazione, sul lato est, cioè sul lato cristiano di Beirut. Per me allora è fondamentale anche che continuino a esistere i cristiani in Libano. Per quanto mi riguarda, la mia prima causa è, ed è sempre stata, la sovranità, l’indipendenza, la libertà del Libano…

“Quando ho deciso di studiare giornalismo, e di lavorare in questo campo, non era solo per delle ragioni politiche! Era perché mi piaceva la televisione. Dicevo sempre a mia madre: non voglio passare inosservata in questo mondo! Ma all’epoca non credevo certo che sarei arrivata fin qui. Cioè, a essere davvero… ad avere questa fama internazionale dopo l’attacco di cui sono stata vittima”

Un attacco che ha reso May Chidiac, nota per le sue posizioni antisiriane, un simbolo del movimento del 14 marzo.

Nome che fa riferimento alla data di una manifestazione senza precedenti organizzata a Beirut un mese dopo l’assassinio dell’ex premier Rafik Hariri nel 2005.

Il movimento aveva avuto come risultato
il ritiro delle truppe siriane dal Libano.

Il sogno era però durato poco, fra i bombardamenti israeliani del 2006 e i successivi scontri intercomunitari.

Dopo una lunga crisi politica, l’accordo per un nuovo governo d’unità nazionale rilancia oggi una fragile speranza.

“Purtroppo, finora, ogni volta che abbiamo creduto di essere arrivati alla fine del tunnel, ci siamo ritrovati di nuovo in retromarcia. Prima speravo, sognavo, credevo che sarebbe arrivato un giorno in cui quest’oppressione sarebbe finita… Ma l’indipendenza dura fino al momento in cui i siriani ritornano. In un modo o nell’altro… magari non con le loro forze armate, ma con i loro agenti in Libano, i politici al soldo dei siriani, e i filo-iraniani… Alla fine, è come se questa rivoluzione non ci fosse mai stata. È per questo che adesso provo tanta rabbia!

“Chi è che ha le armi in Libano? Sono gli agenti della Siria! Perché da dove arrivano le armi? Dalle frontiere libano-siriane. L’Iran fa arrivare le armi alla Siria, e la Siria consente il passaggio di queste armi in Libano, ed è così che sono armati. E adesso, voi europei che cosa fate? State tendendo la mano alla Siria come se nulla fosse successo? Solo per la buona riuscita del vertice del’Unione per il Mediterraneo?

“Perché parteciperanno alle cerimonie del 14 luglio? Il presidente siriano può partecipare alle riunioni, non ho niente in contrario! Ma da qui a partecipare alla cerimonia del 14 luglio, per me vuol dire assolverlo al cento per cento, e dire che questo regime non è né terrorista, né assassino!

“Se si è davvero per l’indipendenza di questo piccolo paese, bisogna aspettare un po’ prima di assolvere coloro che hanno occupato questo paese per tanto tempo, coloro che hanno impedito la resurrezione di questo paese”.

“Con audacia” è il titolo della trasmissione di dibattiti politici che May Chidiac conduce ogni settimana sul canale Lbc, dal giorno del suo ritorno, nel 2006.

Le minacce di morte, che continua a ricevere, non l’hanno fatta tacere.

“Sono una donna che ha davvero sofferto in tutti questi anni di guerra. Voglio la pace. Ho forse sacrificato la vita personale per il lavoro, ma ho otto nipoti all’estero. E voglio che tornino in Libano. Che possano vivere in un Libano felice. Il Libano merita di essere un posto felice, dove tutte le comunità possano rispettarsi reciprocamente. Insomma, rispettiamo le idee altrui! Che adottino il loro modo di pensare a casa loro! Ma che non vengano a impormelo!

“Io non voglio continuare a fare la guerra contro Israele, fino alla fine dei tempi! Posso arrivare a una soluzione diplomatica del problema delle fattorie di Shebaa… Israele è il nemico, non lo contesto affatto! Israele ha sempre lavorato nei propri interessi. Ma non voglio provocare Israele perché mi proclami guerra e venga a distruggere i ponti! Perché poi io debba ricostruire di nuovo tutte le infrastrutture! La guerra è finita! Io voglio vivere in un paese libero, dove ci potranno forse essere delle battaglie, come in qualunque paese democratico, ma battaglie politiche. Non con le armi! Non è con le armi che Hezbollah potrà prendere il Libano. Non ci riuscirà mai. Perché ci sarà sempre un’intifada contro di loro, come loro hanno fatto la resistenza contro Israele. I sunniti non l’accetteranno. I drusi non l’hanno accettato. I cristiani non l’accetteranno. Dobbiamo imparare a vivere insieme in pace!

“Abbiamo fatto la guerra, ora basta”.