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Mario Monicelli: l'Italia è un Paese smarrito

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Mario Monicelli: l'Italia è un Paese smarrito

Mario Monicelli: l'Italia è un Paese smarrito
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Ha passato gli ultimi 60 anni a prendere le miserie degli italiani e trasformarle in risata. Le battute dei suoi film sono come modi di dire, parte del linguaggio anche per chi non conosce il regista. Mario Monicelli, padre della commedia all’italiana, Leone d’oro per la Grande Guerra e Leone d’Oro alla carriera. Ultimo grande del cinema del Novecento, ha appena compiuto 93 anni. Lucido e feroce non ha mai fatto sconti alla società e alla politica del Bel Paese. Adesso meno che mai. Lo abbiamo incontrato nel suo appartamento di Roma, città nella quale vive da più di 70 anni.

EuroNews: Mario Monicelli, prima delle elezioni del 13 e 14 aprile lei ha firmato insieme ad altri intellettuali un documento di sostegno alla Sinistra. Poi il voto ha cancellato i partiti di sinistra dal Parlamento. Ora lei è un intellettuale extraparlamentare?

Mario Monicelli: Si…Bah, sono sempre stato extraparlamentare tutto sommato, voglio dire. Ma adesso…non è stata una cosa completamente inaspettata. In maniera così pesante sì. Però, da come stavano andando le cose, non era inaspettato del tutto.

EuroNews: Il nuovo governo Berlusconi parte in modo determinato su sicurezza e immigrazione clandestina. Si è parlato di una politica razzista e xenofoba. Sono accuse eccessive?

Monicelli: Ma sì, nel senso che poi le accuse…La verità è che quando un Paese, una società è in crisi, è confusa, è smarrita, trova subito un capro espiatorio, per compensare il suo smarrimento. E adesso i rom, le migrazioni, la sicurezza, si è fatto tutto un grande movimento, come sempre succede. Una cosa naturale. La società è in crisi ed è smarrita. Questa è la verità.

EuroNews: Alle legislative la Lega Nord ha avuto un enorme successo. Nel suo spot elettorale il Partito di Umberto Bossi proponeva (cito) “Rispediamo al loro Paese i lazzaroni e i delinquenti”. Ma fino a pochi decenni fa non eravamo noi italiani i lazzaroni e delinquenti?

Monicelli: Sì, effettivamente è così. Ma di queste cose ci si dimentica rapidamente, subito. D’altra parte però anche noi eravamo trattati così, se si considera negli Stati Uniti la nostra immigrazione. Eravamo trattati proprio come dei delinquenti: Sacco e Vanzetti condannati ad esempio. Eravamo proprio noi i capri espiatori di una certa società. Quindi si ripetono continuamente le stesse cose nella Storia. Comunque chi è stato subalterno, quando riesce ad avere la supremazia, diventa cattivo come gli altri, è una cosa naturale.

EuroNews: La commedia all’italiana nasce nel 1958 con i I soliti ignoti. È passato mezzo secolo. Quel tipo di cinema è morto o in qualche modo sopravvive?

Monicelli: No, ma vede, la commedia all’italiana non è una cosa che è nata nel ’48 o dal nostro cinema o da una persona. È una cosa che in Italia si fa da sempre. È una condizione di rappresentare la nostra verità, la nostra società, i nostri desideri, le nostre brutture, le nostre disperazioni, con questi toni sempre così, della comicità, della farsa, unita alla miseria, alla morte, alla malattia. La commedia dell’arte rappresenta questo: personaggi come Pulcinella, come Arlecchino sono servi che cercano di arrangiarsi e di sopraffare, di difendersi dalla miseria, dai padroni che li maltrattano.

EuroNews: Guardie e ladri, film del 1951. Protagonisti Totò e Aldo Fabrizi. Un americano truffato e una guardia inseguono il ladro. La guardia, Aldo Fabrizi, si rivolge al ladro, Totò, e urla: “Fermati che quest’è americano! Che figura ci facciamo all’estero?”. Oggi che figura ci facciamo?

Monicelli: Facciamo una pessima figura come abbiamo sempre fatto. Ma non in quel momento in cui si facevano quei film lì. L’Italia stava invece avendo un nuovo aspetto fuori. C’era il boom della moneta, si stava ricostruendo l’Italia che veniva da una dittatura, da una guerra infame perduta. Si stava ricostruendo abbastanza bene. Era un momento favorevole per l’Italia. E noi, la commedia, naturalmente si ergeva con questi toni “stiamo attenti, che figura facciamo”. Adesso la figura la facciamo in maniera che non si può riscattare.

EuroNews: I compagni, 1963. Marcello Mastroianni gira l’Italia per diffondere la cultura dei diritti dei lavoratori. Oggi alcuni accusano i sindacati di fare il bello e cattivo tempo. C’è un comune denominatore fra il Paese di allora e quello di oggi?

Monicelli: Beh sì, c’è sempre la lotta di classe che tutti vogliono stabilire – specialmente l’attuale governo – che non c’è più, che è scomparsa. Invece la lotta di classe c’è sempre. È sottotraccia, ma esiste continuamente. Anche se i lavoratori votano a destra come sembrerebbe che fosse con la Lega, che poi non è nemmeno destra.

EuroNews: Nel 2004 Cannes è stata all’insegna di Michael Moore. Oggi il Presidente della giuria Sean Penn ha aperto con un’aspra critica a George Bush. Il festival va verso un progressivo impegno politico?

Monicelli: Ma io, sì. Può darsi. Non ho visto i film che fanno. Comunque da quelli di cui si è parlato fino adesso direi di sì. Soprattutto per quanto riguarda i filma italiani. L’Italia poi alla fine ha un segno politico. Il cinema italiano, quello importante, è sempre, ha avuto sempre una sua qualità politica. Forse più che qualsiasi altro cinema.

EuroNews: Quale sarà l’argomento del suo prossimo film?

Monicelli: Ah, no non farò un prossimo film. Ho finito, ne ho fatti abbastanza. Ne ho fatti 65! Credo che siano sufficienti.