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Elezioni: difficile banco di prova per Saakashvili

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Elezioni: difficile banco di prova per Saakashvili

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Queste elezioni sono un test cruciale per la democrazia georgiana e per il suo leader. Mikhail Saakashvili deve rifarsi una reputazione agli occhi dell’Occidente. Innanzi tutto perché la politica del suo Movimento d’Unità Nazionale non ha dato i frutti sperati: al potere dal duemilaquattro, il partito di Saakashvili non ha sradicato, come promesso, povertà, disoccupazione e corruzione. A profittare del malcontento sociale che deriva da questa situazione è l’Opposizione Unita, che proclama di voler mettere fine all’era Saakashvili e a quel che definisce il suo “governo corrotto”.

Salito al potere con la “Rivoluzione delle Rose”, il Presidente georgiano si trova ora in mano un pugno di spine. Confermato lo scorso gennaio al primo turno di una contestata elezione, Saakashvili era già riuscito a far raffreddare perfino l’entusiasmo occidentale nei suoi confronti, dopo le manifestazioni di novembre. I dimostranti chiedevano elezioni anticipate. La reazione del governo fu violenta, con la proclamazione dello stato d’emergenza e la chiusura di un’emittente televisiva d’opposizione.

Come se non bastassero le tensioni sociali ed economiche, ad aggravare la situazione si aggiunge la crisi fra Tiblisi e Mosca. La Russia ha annunciato l’intenzione di rafforzare i suoi legami con le due regioni separatiste della Georgia, l’Abkhazia e l’Ossezia del sud. È così che il mese scorso Mosca ha inviato in Abkhazia altri cinquecento soldati, presentandoli come rinforzi alle truppe di “peacekeeping”. In realtà, si è trattata della reazione a movimenti di truppe georgiane nella regione. Movimenti denunciati dalla Russia come preparativi di un’offensiva contro la repubblica secessionista.

Sempre in Abkazia, le autorità hanno annunciato più volte di aver abbattuto droni georgiani. Tiblisi nega di avere perso aerei spia nella regione. Fra voci e smentite, una cosa è certa: ad alimentare la crisi, ci sono le ambizioni georgiane di aderire, un giorno, alla Nato. Una prospettiva che la Russia, già esasperata dalla perdita d’influenza sull’ex repubblica sovietica, non è certo pronta ad accettare.