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Scetticismo su un accordo israelo-palestinese. La crisi in Libano ulteriore colpo all'immagine statunitense

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Scetticismo su un accordo israelo-palestinese. La crisi in Libano ulteriore colpo all'immagine statunitense

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La speranza di assistere alla firma di un accordo tra israeliani e palestinesi prima della fine del mandato di George Bush è vuota come i checkpoint tra Israele e i territori.

Da un lato c‘è un embrione di Stato, di fatto diviso in due: Mahmud Abbas ha autorità sulla Cisgiordania mentre Gaza è da un anno sotto il controllo di Hamas e in preda alle violenze quotidiane.

Dall’altro lato c‘è uno Stato che porta avanti i suoi progetti di espansione degli insediamenti, con un primo ministro indebolito da uno scandalo per corruzione. Difficile secondo gli analisti ricordare un momento altrettanto sfavorevole per il processo di pace.

E difficile recuperare in pochi mesi 7 anni di inattività. La visita di Bush a gennaio è stata la prima da quando è alla Casa Bianca. La sua assenza è ancora più evidente se la si confronta con gli sforzi del suo predecessore Bill Clinton. Bush avrebbe voluto lasciare in eredità un’immagine forte quanto quella degli Accordi di Oslo.

Le speranze suscitate lo scorso novembre dal rilancio tardivo del processo di pace a Annapolis sono state spazzate via presto. Abbas e Olmert si era impegnati a negoziare un accordo per la creazione di uno Stato palestinese. Abbas non riesce a far accettare al suo popolo diviso le concessioni necessarie a un accordo.

A dare un ulteriore colpo all’immagine degli Stati Uniti la crisi in Libano. Il ritiro della Siria e al creazione di un governo filo-occidentale sono stati presentati come successi degli Stati Uniti. Martedì George Bush ha fatto riferimento al premier Fuad Siniora, che incontrerà in Egitto.

“Credo che il mondo arabo abbia bisogno di un sostegno più forte e credo che il mondo arabo debba dire chiaramente a iraniani e siriani di lasciar che questo uomo capace governi il suo Paese senza interferenze”.

La strategia di Bush secondo alcuni analisti, dividere tra buoni e cattivi e tenere fuori dalle discussioni quest’ultimi, come Hamas e Hezbollah, non paga. Ne è prova la situazione senza via d’uscita in Iraq. Il simbolo peggiore di questa presidenza che Bush avrebbe desiderato far dimenticare grazie a un successo in Medio Oriente.