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Sperano ancora in un ritorno i profughi palestinesi espulsi dopo la nascita dello stato ebraico

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Sperano ancora in un ritorno i profughi palestinesi espulsi dopo la nascita dello stato ebraico

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Per i palestinesi è la “naqba”, la catastrofe. L’anniversario della fondazione di Israele nei territori occupati trascorre così: con una chiave da guinness dei primati a rappresentare le case e le proprietà perdute in seguito alla nascita dello stato ebraico.

Un tema ancora rovente, più di sessanta anni dopo. Il ritorno dei profughi alle loro case è uno scoglio dei più duri nelle trattative di pace, e il segno di una ingiustizia nella memoria di molti, come questo anziano rifugiato in un campo di Sidone, in Libano.

“Questi documenti dimostrano che abbiamo pagato le tasse agli inglesi per le nostre proprietà. Prima vendevo frutta e ortaggi, e queste carte lo provano. Ora non posso nemmeno comprarmi un pomodoro”.

L’esodo di almeno 750.000 palestinesi cominciò nel 1947, quando il mandato britannico sulla Palestina finì con la decisione dell’Onu di autorizzare la separazione dei territori in due stati, uno ebraico e l’altro arabo.

Sessanta anni dopo i discendenti dei profughi sono quattro milioni e mezzo, sparpagliati per i campi gestiti da una agenzia delle Nazioni Unite, ma dello stato palestinese ancora non c‘è traccia.