ULTIM'ORA

ULTIM'ORA

Venti mesi di governo tra tensioni all'interno della coalizione e il lavoro sulle riforme

Lettura in corso:

Venti mesi di governo tra tensioni all'interno della coalizione e il lavoro sulle riforme

 Venti mesi di governo tra tensioni all'interno della coalizione e il lavoro sulle riforme
Dimensioni di testo Aa Aa

Appena venti mesi fa per Romano Prodi era il momento della rivincita. Dopo una lunga notte elettorale che ha tenuto sulle spine i sostenitori di entrambi gli schiaramenti, il professore vince le elezioni alla testa di una coalizione di 13 partiti che raggiunge l’obiettivo: sconfiggere Silvio Berlusconi. Una vittoria risicatissima che il giorno dopo fornisce alla stampa titoli pessimisti.

Il centro-sinistra ha appena 30 seggi in più alla Camera e due al Senato, lo scarto è dunque minimo. Per Prodi è difficile tenere assieme una coalizione eterogenea che va dai cattolici ai comunisti e portare avanti le riforme. Una delle più urgenti riguarda la legge elettorale modificata nel 2005 dal centro-destra e che viene accusata di creare governi deboli. E’ un proporzionale puro con ripartizione nazionale alla camera e regionale al senato e con una soglia di sbarramento molto bassa. L’effetto è la frammentazione del paesaggio politico.

Ed è dal Senato che parte la prima crisi lo scorso anno. Riguarda la politica estera: l’impegno in Afghanistan e l’estensione della base americana di Vicenza. Votano contro tre senatori a vita e due membri della sinistra radicale. Prodi si dimette, ma il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano gli riaffida l’incarico.

A ottobre Prodi realizza il sogno che ha in mente da oltre 10 anni, la nascita del partito democratico. Ds e margherita si sciolgono. Alla testa del partito le primarie eleggono quasi con un plebiscito il sindaco di Roma Walter Veltroni. Un successo che per molti commentatori può indebolire il governo ma che per Prodi significa il contrario: il fallimento del Pd avrebbe fatto saltare l’esecutivo.

Sul piano internazionale Prodi ridà credibilità all’Italia in Europa che diffidava del Paese sotto la guida di Berlusconi. Sul piano economico il professore riduce il debito pubblico e promuove le liberalizzazioni. Riforme necessarie, sostiene, ma che non hanno cessato di far crollare la sua popolarità.