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La morte di Litvinenko all'origine del braccio di ferro fra Londra e Mosca

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La morte di Litvinenko all'origine del braccio di ferro fra Londra e Mosca

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Alexander Litvinenko, ex agente dei servizi segreti russi, è cittadino del Regno Unito da poche settimane quando si spegne sul suo letto d’ospedale, nella capitale britannica, il 23 novembre 2006. Al momento del decesso i medici non riescono a stabilirne la causa. Ma il giorno successivo, appare una lettera postuma in cui Litvinenko accusa Vladimir Putin di averlo fatto uccidere. Contemporaneamente, le autorità di Londra rivelano che l’ex Fsb è stato avvelenato con del polonio 210.

La vedova racconta: “Mi disse: Marina, credo di essere stato avvelenato con un’arma chimica. È quello che dicono i medici che hanno studiato i sintomi. Ma naturalmente gli dissi: Sasha, è incredibile, non posso crederci”.

Il 4 dicembre successivo Scotland Yard invia a Mosca nove ufficiali incaricati delle indagini. Il giorno dopo il procuratore generale russo afferma che non sarà accettata nessuna domanda d’estradizione. Il 6 dicembre la polizia britannica annuncia che la morte di Litvinenko è ormai da considerarsi un omicidio.

Omicidio per cui viene accusato ufficialmente Andrei Lugovoi, ex agente del Kgb. Il 31 maggio, in conferenza stampa, Lugovoi si dichiara innocente, ribaltando le accuse: per lui i colpevoli sono i servizi segreti britannici e Boris Berezovski.

L’ex oligarca russo, esiliato a Londra, contrattacca a sua volta, accusando il Cremlino di volerlo uccidere: “Mesi fa sono stato chiamato a Scotland Yard e informato che c’era un complotto contro di me. È Putin in persona, c‘è Putin dietro questo complotto, ha ucciso Litvinenko e ora vuole uccidere me”.

A luglio la Russia rifiuta ufficialmente di estradare Lugovoi. È la costituzione che lo impedisce, dicono. La guerra diplomatica è aperta: Londra espelle diplomatici russi, Mosca ricambia. Una storia degna della guerra fredda.