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Bush non riesce a creare un fronte ostile contro l'Iran

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Bush non riesce a creare un fronte ostile contro l'Iran

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La sicurezza nel Golfo passa attraverso l’isolamento dell’Iran. Bush non cessa di ripeterlo a ogni tappa del suo viaggio nella regione. In quello che è stato presentato come il grande discorso della sua tournée, domenica ad Abu Dhabi, il presidente Usa ha enumerato le ragioni che rendono ai suoi occhi la Repubblica islamica tanto pericolosa: “L’Iran è oggi il maggiore finanziatore del terrorismo, distribuisce migliaia di milioni di dollari agli estremisti in tutto il mondo mentre in patria il popolo iraniano subisce repressione e ristrettezze economiche. Le azioni dell’Iran minacciano la sicurezza di tutte le nazioni. Perciò gli Stati Uniti stanno rafforzando i loro antichi impegni a favore della sicurezza con i loro amici nel Golfo e chiamando a raccolta gli amici in tutto il mondo per fronteggiare questo pericolo prima che sia troppo tardi”.

Gli amici nel Golfo, Bush li ha incontrati in questi giorni: in Kuwait, Bahrein, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita. Alleati sunniti, di fronte ai quali Washington sventola la minaccia di un Iran sciita, responsabile delle violenze in Iraq, nuclearizzato e, a suo dire, colpevole dell’incidente che sarebbe documentato in un video diffuso nel weekend: vedette iraniane che si avvicinano con fare intimidatorio a navi da guerra Usa nello stretto di Hormuz il 6 gennaio. Le smentite di Teheran sull’episodio non scoraggiano Bush: “È stato un gesto pericoloso da parte loro. L’abbiamo detto chiaramente, in pubblico, e loro conoscono la nostra posizione. E sanno che ci saranno conseguenze gravi se attaccheranno le nostre navi”.

Il linguaggio è chiaro: se l’Iran continua con le provocazioni, il rischio, senza giri di parole, è quello dell’intervento armato. Un linguaggio che raccoglie ampi consensi in Israele, come fra le truppe di stanza in Kuwait o in Bahrein. Ma altrove il compito non è così facile. Non lo è a Riad, ma non lo è nemmeno negli altri paesi del Golfo, dove, più di Teheran, più del nucleare iraniano, più di Hezbollah, fa paura la prospettiva di una nuova guerra made in Usa.