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Annapolis, regna la divisione tra i partecipanti alla conferenza di pace

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Annapolis, regna la divisione tra i partecipanti alla conferenza di pace

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Ad Annapolis, in Maryland, si consuma lo sforzo più deciso compiuto finora dall’amministrazione Bush per rilanciare il processo di pace tra israeliani e palestinesi.

Gli analisti escludono tuttavia passi avanti concreti, almeno nel breve termine. Con i radicali di Hamas in controllo della Striscia di Gaza, l’autorità del presidente palestinese Mahmoud Abbas è dimezzata. Ecco perché il suo portavoce, Yasser Abed Rabo, giudica positivo l’incontro in sé, prima ancora di conoscere i risultati. “Posso garantire che la conferenza è un successo. Quello che più conta però, è quello che verrà dopo, quando inizieranno seri e difficili negoziati sul tema principale, lo status finale di Gerusalemme e i confini del nostro stato”.

In questa partita, Abbas si gioca tutto. Non può permettersi di tornare da Annapolis con le mani vuote perché questo rafforzerebbe gli estremisti di Hamas. D’altra parte, il partito di Ismail Hanyeh ha già detto di non riconoscere la legittimità della conferenza internazionale e degli accordi che potrebbero derivarne.

Regna la divisione anche nel campo israeliano, dove il primo ministro Ehud Olmert non ha smesso di scontare le conseguenze dell’ultima guerra in Libano. Molti, anche tra il suo governo, lo considerano troppo debole. Pesa quindi il parere dei generali che, incalzati da Ehud Barak, sono contrari ad accordare concessioni ai palestinesi, così come gli ultraortodossi.

Olmert si vedrebbe rafforzato solo se i negoziati si traducessero in un aumento della sicurezza per Israele, un’eventualità che dato il potere di Hamas a Gaza sembra poco probabile.

Divisi anche i paesi invitati alla conferenza. La Siria ha accettato solo all’ultimo minuto di inviare una delegazione, ma lo ha fatto in polemica con Washington. Presenti Egitto e Arabia Saudita, ma non l’Iran, che a Annapolis è il convitato di pietra. La guida spirituale iraniana, l’Ayatollah Ali Khamenei, ha sostenuto che la conferenza non sia altro che un tentativo di “legalizzare lo stato sionista”, ovvero israele.