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Myanmar, i monaci che danno voce al dissenso

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Myanmar, i monaci che danno voce al dissenso

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Da settimane, occupano i notiziari televisivi e le prime pagine dei quotidiani. Testa rasata, tunica rossa, i monaci birmani sono l’anima della rivolta pacifica contro la giunta militare in Myanmar. Sfidano il divieto di scendere in piazza imposto dai militari perché, in linea di principio, la loro non è una protesta politica.

Se nella realtà le cose stanno diversamente e i religiosi danno voce alla richiesta di rinnovamento, è perché in anni di feroce repressione, le varie giunte militari hanno messo a tacere ogni forma di dissenso propriamente politico e i monasteri sono rimasti il solo luogo in cui la popolazione sia libera di riunirsi.

I monaci manifestano perché costretti a farlo da un regime che, affamando la popolazione, li priva del solo mezzo di sostentamento previsto dalla regola dell’ordine: e cioé l’elemosina.

I bhikkhu, secondo il termine sanscrito, non posseggono beni. Vivono delle offerte che ricevono ogni giorno in strada, come spiega un monaco. “La regola buddista ci dà il diritto e il dovere di manifestare quando la nostra religione viene insultata. Ed è quello che succede in questo momento. La popolazione che ci permette di vivere è ridotta alla fame a causa degli errori di chi governa”.

La politica dunque non c’entra, almeno ufficialmente. Ma tra gli espatriati in Thailandia c‘è chi si lascia andare a commenti più espliciti. “Chiediamo ai paesi occidentali che ci aiutino a instaurare un governo democratico in Myanmar. E quello che vogliono i birmani. Da troppo tempo vivono nella morsa della paura e dell’oppressione”.

Numerosi quanto i soldati, i monaci esercitano un’influenza non trascurabile nella società birmana. Eppure anche le loro gerarchie sono controllate dal regime. I membri che entrano a far parte del consiglio dei monaci sono selezionati tra quelli graditi ai generali. Naturale allora che i monaci che scendono in strada a protestare siano facilmente ricattabili. nonostante questo, in molti ignorano deliberatamente le direttive gerarchiche.