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Francia, test Dna per ricongiungimenti tra famiglie immigrati

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Francia, test Dna per ricongiungimenti tra famiglie immigrati

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Dalle parole ai fatti. La stretta sull’immigrazione promessa dal presidente francese Nicolas Sarkozy prende corpo con una legge dibattuta in questi giorni all’Assemblea nazionale. Tra i punti più discussi, l’introduzione di un test del DNA per contrastare le frodi nelle richieste di ricongiungimento familiare.

Gli immigrati residenti in Francia che vogliano ottenere un visto di più di tre mesi per i propri figli potrebbero dover provare la “filiazione genetica”, se vogliono accelerare la pratica o evitare un rifiuto. Soprattutto nei casi in cui manchino gli atti civili, o qualora esistano dubbi sulla loro autenticità.

L’autore del controverso emendamento è il deputato di centro destra Thierry Mariani. “Il fenomeno delle frodi esiste concretamente. Sappiamo benissimo che in certi paesi dell’Africa e dell’Asia (ci sono liste compilate dal Belgio e dall’Italia) gli atti civili vengono talvolta falsificati. I funzionari pubblici sono mal pagati e la corruzione diffusa permette di acquistare documenti falsi”.

La proposta ha provocato un’alzata di scudi non solo da parte dei socialisti, ma anche da diverse associazioni che si battono contro la discriminazione. Per il professor Axel Khan, genetista, è una “legge immorale”, dal momento che “il cuore della famiglia non può essere ridotto alla sua dimensione biologica, ossia alla trasmissione di geni”.

Altri paesi europei, come il Belgio, hanno adottato i test del DNA. E per i rifugiati politici, che non hanno modo di ottenere documenti ufficiali, è una possibilità in più. Questa è la speranza di alcuni degli ospiti del centro di accoglienza Francia Terra d’Asilo, vicino a Parigi. “La prova del DNA può essere importante – sostiene Gemechis Bobo, etiope – ad esempio, potrebbe spianare la strada agli immigrati che arrivano in Francia legalmente e sbarrarla ai clandestini. Personalmente la sostengo”.

Resta il fatto, tuttavia, che la prova genetica sarebbe a carico del richiedente del visto, come già avviene in Belgio, Inghilterra e Danimarca. E al costo di 300 o 400 euro, rappresenterebbe un onere considerevole.