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Infermiere bulgare: la libertà dopo 2755 giorni di prigionia

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Infermiere bulgare: la libertà dopo 2755 giorni di prigionia

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La fine di un incubo cominciato nel 1999. La grazia concessa oggi dal Presidente bulgaro alle cinque infermiere bulgare e al medico di origine palestinese mette fine a un’autentica odissea giudiziaria. E rilancia il tema della normalizzazione dei rapporti fra la comunità internazionale, Unione Europea in primis, e il regime libico del Colonnello Muammar Gheddafi. Valya, Snezana, Nasya, Valentina e Kristiana erano arrivate a Bengasi, in Libia, in cerca di un lavoro. Ashraf, medico palestinese, oggi divenuto cittadino bulgaro, abitava in Libia con la famiglia: era praticante all’ospedale di Bengasi. Il 16 febbraio 1999 i sei vengono arrestati dalle autorità libiche con l’accusa di aver volutamente inoculato l’aids a più di 400 bambini.

Accusa sempre respinta. Anche se nell’agosto 2002 tre delle imputate sostengono d’essere state torturate per estorcere una confessione. Denuncia che varrà loro un ulteriore processo per diffamazione. La svolta arriva due settimana fa. La Fondazione Gheddafi dichiara che una trattativa con le famiglie dei bambini contaminati ha portato al compromesso: un risarcimento di un milione di dollari per ognuna delle vittime. In cambio la pena di morte viene commutata in carcere a vita. Il resto è cronaca degli ultimi giorni, con il lavoro diplomatico orchestrato da Francia e Unione Europea che ha portato al rimpatrio e alla grazia per tutti e sei i condannati.