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La Bulgaria spera per il ritorno in patria delle infermiere e del medico condannati in Libia

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La Bulgaria spera per il ritorno in patria delle infermiere e del medico condannati in Libia

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La decisione di commutare in ergastolo la pena di morte delle infermiere e del medico bulgari, condannati con l’accusa di aver contaminato con l’Hiv oltre 400 bambini libici, è stata accolta con soddisfazione da tutto il mondo.
Il verdetto alimenta le speranze di un loro ritorno in patria. Sofia ha detto che da oggi stesso ne chiederà l’estradizione.
E a sperare sono soprattutto i familiari, che dalla Bulgaria però ricordano: pende comunque una condanna a vita.

“La sentenza è una macchia. E perché è stata pagata una compensazione se sono innocenti?”, si chiede Ivailo Nokolchovski, figlio dell’infermiera Snezhana Dimitrova.

“I figli potranno anche non essere del tutto soddisfatti del verdetto – dice un membro del comitato – . Ma questo è un modo per farli tornare a casa”.

La decisione è stata presa ieri in tarda serata a Tripoli dal Consiglio superiore delle istanze giudiziarie, dopo che le famiglie dei bambini avevano annunciato di rinunciare alla pena di morte, avendo ricevuto l’indennizzo di 700 mila euro per vittima.

L’accordo sull’indennizzo è stato raggiunto dalla
Fondazione presieduta da Seif al Islam, figlio di Gheddafi.
Il denaro proviene da un fondo speciale di aiuto di Bengasi, creato nel 2005 da Tripoli e Sofia sotto l’egida dell’Unione Europea.