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Srebrenica: musulmani e serbi in cerca di un futuro migliore

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Srebrenica: musulmani e serbi in cerca di un futuro migliore

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Prima del genocidio a Srebrenica abitavano 40.000 persone in grande maggioranza di religione musulmana. I massacri e la guerra ne hanno lasciate 10.000. La città è abitata oggi da 4.000 bosniaci musulmani e da 6.000 serbi di Bosnia di religione ortodossa.

Le distruzioni hanno lasciato nel paesaggio e nelle coscienze dei segni evidenti. Radomir è serbo. Non ha mai lasciato Srebrenica e per lui niente è cambiato. “Sono un uomo onesto e obiettivo e posso dirvi che noi salutiamo i musulmani e loro ricambiano. Ci ritroviamo di tanto in tanto, senza rancore. Quello che è successo è successo. Ognuno ha perso qualcuno”, dice Radomir.

Rifa è musulmana. Durante la guerra ha dovuto lasciare la città ed è tornata otto anni dopo trovando la sua casa distrutta. “Per i miei figli non so cosa farei – dice amaramente -. A volte li potrei uccidere tutti perché non ho abbastanza per farli vivere decentemente. Vanno a scuola senza vestiti, senza scarpe. Non hanno niente e io non so cosa fare”.

La Corte internazionale di giustizia dell’Aja lo scorso febbraio ha qualificato come genocidio il massacro avvenuto a Srebrenica. Anche se non ha riconosciuto la Serbia come responsabile come chiedeva la comunità musulmana. Per le famiglie delle vittime può comunque rappresentare un primo passo per future battaglie. E in particolare quella per l’attribuzione di uno status speciale alla città.

Dopo gli accordi di Dayton la Bosnia è stata divisa in due entità: la Federazione croato-musulmana e la Repubblica srpska. Ed è in quest’ultima che si trova Srebrenica. I serbi rifiutano la concessione di uno status speciale alla città e hanno invocato la violazione degli accordi di Dayton dopo che il memoriale di Potocari è stato posto sotto la tutela dello Stato federale.