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Libia, confermata condanna a morte per infermiere bulgare


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Libia, confermata condanna a morte per infermiere bulgare

La Corte Suprema della Libia ha confermato la condanna a morte per il medico palestinese e le cinque infermiere bulgare, accusati di aver deliberatamente inoculato il virus dell’Aids in 430 bambini di un ospedale di Bengasi. Almeno 50 di loro sono poi deceduti. L’ultima parola adesso spetta alla Cassazione, che si riunirà lunedi’ prossimo.

La vicenda era iniziata con l’arresto, nel 1999, delle cinque donne e del medico. Nel 2004 arriva la condanna a morte nonostante l’intervento di famosi scienziati, che attribuiscono alle cattive condizioni igieniche del nosocomio il contagio dei piccoli pazienti. Infine la sentenza viene annullata e viene ordinato un nuovo processo, ma due anni dopo sono tutti nuovamente condannati a morte.

Alla vicenda si era interessata anche la commissaria europea per le Relazioni Esterne, Benita Ferrero-Waldner, che lo scorso giugno ha fatto visita agli imputati insieme al ministro degli Esteri tedesco, Frank Walter Steinmeier.
E fino a martedi’ sembrava possibile un esito positivo dopo l’accordo raggiunto con le famiglie – tramite la fondazione Gheddafi – per un indennizzo, che avrebbe permesso di commutare la pena di morte in una detenzione da scontare in Bulgaria.

Svetlana Koleva dell’ospedale di Sliven, in Bulgaria, crede nell’innocenza dei condannati: “Conosco una di loro, Nasia Nenova, dai tempi della scuola. E’ una persona meravigliosa, onesta e competente”, ha detto. “Auguro a ogni paziente di avere un’infermiera come lei”.

Intanto dall’Europa sono arrivate le prime, negative, reazioni alla notizia della sentenza della Corte Suprema di Tripoli.

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