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Clima: gli Usa ostentano buona volontà. Ma Kyoto resta tabù

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Clima: gli Usa ostentano buona volontà. Ma Kyoto resta tabù

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Misure concrete, impegni precisi da parte del G8 per ridurre le emissioni dei gas a effetto serra. A chiederlo non erano solo gli ambientalisti, ma anche i paesi firmatari del protocollo di Kyoto e l’Unione europea guidata da Angela Merkel che ne aveva fatto una delle sue priorità.

Il cancelliere tedesco, benché consapevole delle difficoltà che sarebbero state sollevate dagli Stati Uniti, puntava a una riduzione del 50 per cento dei gas serra entro il 2050.

Dal 1990 al 2004 si è registrata una riduzione delle emissioni di oltre il 15 per cento nei paesi che hanno aderito al protocollo di Kyoto. Un calo trainato in gran parte dai paesi dell’Est europeo, mentre in altri paesi le emissioni sono aumentate. Così come sono aumentate negli Stati Uniti, che il protocollo non l’hanno ratificato. Ora però Washington fa mostra di buona volontà. Il presidente Bush ha dichiarato nelle scorse settimane: “Gli Stati Uniti convocheranno una serie di incontri fra le nazioni responsabili della maggior parte delle emissioni di gas serra, incluse nazioni dalle economie in rapida crescita come India e Cina”.

Kyoto però resta tabù alla Casa Bianca, così come quello che sarà il suo successore. Bush intende intregrare all’interno della sua strategia queste economie emergenti. Che vedono nelle regole imposte dalla comunità internazionale un’ingiustizia.

Per un paese come la Cina, “non è giusto né ragionevole usare i cambiamenti climatici come una scusa per cercare di limitare la crescita dei paesi in via di sviluppo e ostacolare il loro percorso verso l’industrializzazione e la modernizzazione”.

La Cina produce quasi le stesse quantità di emissioni di anidride carbonica dell’Unione europea. I maggiori inquinatori restano comunque gli Stati Uniti, responsabili di un quarto delle emissioni globali di CO2. Una situazione che gli ambientalisti americani non accettano. Ann Mesnikoff è una di loro: “Non è possibile continuare a scaricare le responsabilità con la scusa che i paesi in via di sviluppo hanno bisogno di crescere. Sono gli Stati Uniti che devono fare da guida. Abbiamo le tecnologie, abbiamo le capacità, dobbiamo dare l’esempio”.

Il mondo è cambiato da quando Kyoto faceva i primi passi. L’opinione pubblica, anche americana, ha preso coscienza del problema. Eppure gli interessi in gioco restano tali da inquinare anche le migliori intenzioni.