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Moqtada al-Sadr, il leader sciita che festeggia la fine di Saddam ma vuol cacciare gli Usa dall'Iraq

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Moqtada al-Sadr, il leader sciita che festeggia la fine di Saddam ma vuol cacciare gli Usa dall'Iraq

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E’ il 9 aprile del 2003, le truppe statunitensi entrano a Baghdad. Sono soprattutto gli sciiti a far esplodere la loro gioia: è la fine del regime di Saddam Hussein, per loro, etnia maggioritaria, la fine di un’epoca di esclusione e di oppressione.

La fine della dittatura apre la strada ad un giovane religioso, Moqtada al-Sadr, rampollo di una dinastia prestigiosa. Suo padre Mohammad Sadiq Sadr, fu ucciso proprio da Saddam nel 1999. E dal padre, Moqtada eredita la forza carismatica e la rete di aiuto ai poveri presente ovunque nella capitale.

E’ su queste basi che nasce l’esercito del Mahdi, nel 2003. Sfidando le consegne statunitensi sul possesso delle armi, Moqtada si assume l’incarico di proteggere i dirigenti sciiti della città santa di Najaf. Le stime parlano di un esercito tra i 10 e i 60 mila uomini.

E proprio a Najaf, dove al-Sadr vive abitualmente, che si assisterà nel 2004 ad un braccio di ferro tra i miliziani del Mahdi e 2000 soldati statunitensi che circondano la città. Solo la mediazione del Grande Ayatollah al-Sistani metterâ fine al confronto, ma troppo tardi: Moqtada è ormai uno dei simboli della resistenza all’occupazione.

Un simbolo tuttavia dai contorni ambigui. Nonostante l’ostilità anti-Usa, nel 2005 il suo gruppo partecipa alle elezioni parlamentari. Ottiene 32 seggi e entra nel governo di Nour al-Maliki.

Giocando su due tavoli al-Sadr non mette d’accordo tutta la sua comunità, nel frattempo entrata nel mirino degli attentatori sunniti. Ma mescolando sapientemente una dose di nazionalismo in chiave anti Usa da un lato, con una parte di rivendicazionismo sciita dall’altro, il giovane religioso conta di restare al vertice del potere.